La gioia nella fantasia perduta

In un palazzo sontuoso circondato da un grande giardino viveva un re con la sua corte e la sua unica figlia.

La moglie era morta quando la bimba era ancora molto piccola e il re l’aveva cresciuta con saggezza e affetto, concedendole quello che era giusto, ma impedendole di entrare in una piccola capanna in fondo al giardino. Le aveva detto che fino a quando non avesse compiuto quindici ani non avrebbe dovuto avvicinarsi a quel luogo o chiedergli niente in proposito.

La fanciulla aveva ormai tredici anni, però non riusciva più a trattenersi dalla curiosità.

Una notte scese in giardino con una lanterna, aprì il cancelletto, diede da mangiare ai cani da guardia e diede una bastonata in testa ai soldati: essi caddero a terra e la fanciulla li legò ben bene per non farli parlare né muovere; aprì la porta della capanna, pensando di trovare qualcosa di importante…

Invece trovò una boccetta con all’interno un liquido color verde marcio con un ferro di cavallo che la circondava: la fanciulla la prese e se la mise in tasca, poi andò alle scuderie e sellò la sua cavalla nera, le salì in groppa e la spronò al galoppo; la condusse nella Foresta Nera dove la legò ad un ramo di faggio; poi tirò fuori la boccetta e, senza notare che il ferro di cavallo le era rimasto in tasca, la aprì: il  liquido verde si trasformò in fumo che la avvolse quasi soffocandola.

Quando riaprì gli occhi vide che era finita in un altro mondo: era dentro una caverna; fece qualche passo in avanti, ma si accorse che era incatenata!!

Presa dall’agitazione, il ferro di cavallo le cadde dalla tasca: dato che le catene erano abbastanza lunghe, lo raccolse, lo pulì dalla terra e lo rimise in tasca.

Aspettò a lungo, poi sentì dei passi pesanti; il suo stomaco si strinse per la paura: era un orco con un occhio solo, due corna di mucca sulla testa, una coda di drago rossa, tre zampe di leone come gambe per camminare, come braccia una zampa di cavallo e una zampa di aquila; ma la cosa che la spaventò di più fu una specie di sacca sulla pancia con al centro il cuore (colore verde muffa) che batteva.

L’orco le si avvicinò per afferrarla, ma una strana creatura le si piazzò davanti per difenderla: i due iniziarono a lottare, l’orco perse la chiave della catena e la fanciulla riuscì ad afferrarla e a liberarsi quindi corse fuori più velocemente che poté.

Appena fuori, sentì un colpo provenire dalla caverna e non fece in tempo a girarsi che la strana creatura la prese con sé: in quel momento capì che il rumore non era stato altro che la caduta a terra dell’orco, morto nel duello.

Dopo un po’ l’animale si fermò e mise la fanciulla a terra: “Scusami tanto” disse “io sono un tricorno. Tu mi hai chiamato strofinando il ferro di cavallo. Ora riposa”.

La ragazza si addormentò di colpo su un letto di muschio.

Il mattino dopo, il tricorno la condusse da una donna: era mora, con i capelli a caschetto e sedeva su un ceppo circondata da altri tricorni.

La fanciulla la riconobbe subito: era la sua mamma!!!

Le si gettò tra le braccia e si strinsero in un interminabile abbraccio.

La madre le raccontò che l’orco l’aveva tenuta prigioniera tanti anni prima, per vendicarsi del re suo nonno che lo aveva rinchiuso in quel mondo lontano.

Aprendo la boccetta, la fanciulla aveva richiamato l’orco, permettendogli di arrivare fino a lei e portandola via.

Ma i tricorni con cui la madre aveva stretto una profonda amicizia l’avevano salvata e ora lei, che possedeva il ferro, poteva tornare da suo padre e regnare saggiamente.

La mamma però non poteva più lasciare quel mondo e mentre la figlia lentamente svaniva per tornare a casa, le promise che ogni volta che avesse avuto bisogno di aiuto, strofinando il ferro del tricorno, lei sarebbe accorsa.

La fanciulla tornò così a casa, nel suo letto, stringendo il ferro del tricorno e portando nel cuore la gioia di sapere che la sua mamma sarebbe sempre stata al suo fianco.

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