La città della fortuna

La città dove Bella viveva insieme al padre e alle sorelle non era una città come le altre, in cui c’è una piazza e tutt’attorno strade sulle quali si affacciano case e negozi di ogni tipo: il fruttivendolo, il sarto, la scuola, le osterie, i bar, i ristoranti.

Lì, gli edifici sembravano sorti senza un ordine preciso, e molti avevano enormi terrazze e alte torri, come dei castelli. E capitava anche che, su umili pareti di mattoni rossi, si vedessero spuntare finestre dall’aspetto maestoso, come se il proprietario avesse all’improvviso avuto una ricchezza, ma sufficiente soltanto per rifare un’unica parte della casa.

In quella città abitavano infatti perlopiù mercanti, che commerciavano con i paesi al di là del mare e che a volte avevano fortuna e a volte no. Navi cariche di merci di ogni tipo partivano dal ricco porto cittadino, e in quel momento tutti si affollavano per salutare: donne abbracciate ai loro mariti, e figli caricati sulle spalle dei padri.

Che festa era a ogni partenza! Perché un nuovo viaggio significava anche nuova fortuna, e al ritorno gli uomini avrebbero portato soldi per innalzare nuovi torri, comprare arredi sfarzosi o piantare nei giardini alberi esotici e originali.

Nel frattempo le loro mogli passavano il tempo filando, tessendo e ricamando, mentre i bambini studiavano e giocavano a fare anche loro i mercanti, immaginando un futuro di fortune simile a quello dei loro padri.

«Un giorno anche io avrò una torre altissima!»

«E io dei portoni scolpiti da un artista famoso!»

«Io, invece, in giardino voglio una coppia di pavoni e una voliera piena di pappagalli di ogni colore!»

Quanti sogni dentro quelle testoline…

In quella città – unica al mondo – tutti la pensavano così, e quel pensiero passava di padre in figlio. Gli abitanti dei centri vicini l’avevano soprannominata “Città della fortuna”, perché lì ognuno poteva tentare la sorte e sperare, un giorno, di diventare ricco!

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