Nane senza paura

C’era una volta una famiglia di poveri pescatori. Il papà non pescava mai niente e non sapeva più cosa dare da mangiare ai suoi dodici figlioli. Una mattina, come sempre, si recò a pescare sul fiume e in mezzo alle acque vide una cassa che galleggiava, sembrava lo scrigno di un tesoro. Si avvicinò con la barca, era proprio una bella cesta.

«Ci siamo» disse fra sé «forse ho trovato proprio un tesoro, finalmente potrò sfamare i miei bambini!»

La portò a riva, l’aprì pian piano col cuore trepidante. Alzò il coperchio e.. «Weeh weeh», era il vagito di un bambino.

«Mamma mia» disse il pescatore «un altro bambino, ne ho già dodici e non so come sfamarli, se lo porto a casa mia moglie mi uccide.»

Ma il bimbo era così bello, occhi azzurri e capelli biondi, che non ebbe cuore di abbandonarlo. Lo prese in braccio e si accorse che sul fondo della cesta c’era un biglietto con su scritto: «Chiunque trovi questo bambino lo tratti bene, perché è figlio di un re».

L’uomo gettò via il biglietto e quasi quasi gli venne voglia di lasciar lì anche il bimbo, ma il piccolo gli sorrise e l’uomo si commosse. Decise di portarselo a casa sfidando le ire della moglie che, puntualmente, alla sera quando lo vide rincasare senza pesce e per giunta con un altro bambino, lo ricoprì di insulti. Il marito però con calma la rabbonì e la convinse a tenere in casa il nuovo arrivato:

«Guarda che bello e paffuto è questo bambino, teniamolo, ci porterà fortuna».

Così il piccolo divenne il tredicesimo figlio e quando fu l’ora di dargli un nome, siccome cresceva forte e grande, lo chiamarono Nane senza paura.

A sei anni, quando andò a scuola, era grande come un uomo adulto, e tanto buono e generoso. Un giorno mentre andava a scuola, un ragazzino per dispetto buttò la cartella di uno dei suoi fratelli nel fosso. Nane accorse in difesa del fratello e rifilò un ceffone al ragazzino. Non glielo dette con cattiveria, ma per ammonirlo che non doveva fare i dispetti a nessuno. Comunque era tale la sua forza che con quella sberla l’ammazzò.

«Scappa Nane» gli urla il fratello «torna a casa dalla mamma prima che arrivino i gendarmi a prenderti!»

Nane corse dalla madre e le raccontò l’accaduto per filo e per segno. Allora lei avvolse dentro a un fazzoletto un tozzo di pane, una mela e un po’ di carne secca e gli disse:

«Scappa prima che arrivino i gendarmi a prenderti».

In quel mentre si sentì bussare alla porta, erano proprio loro. Nane però saltò dal balcone e fuggì via così veloce che nessuno pote più prenderlo e si dette alla ventura. Cammina, cammina e cammina passò davanti ad un mulino, sopra c’era un ragazzo indaffarato.

«Che fai là sopra?» gli domanda Nane.

«Eh, sono anni che cerco di aggiustare questo mulino, ma non ci riesco mai, più riparo le molle e più si spaccano.»

«Lascia tutto Spaccamolle e vieni con me.»

II ragazzo scese e si mise in strada con Nane. Prima del tramonto giunsero in collina e videro un giovane che si arrabattava con dei gran massi.

«Che fai lassù?» chiese Nane.

«Eh, sono anni che cerco di liberare la terra da questi massi, ma più ne sposto e più ne nascono.»

«Lascia tutto Spaccasassi e vieni con me.» Il ragazzo scese e si mise in strada con Nane e Spaccamolle.

Cammina, cammina e cammina i tre giunsero sui monti quando fu sera. Videro una caverna e si ripararono all’intemo. Nane si sedette, aprì il fazzoletto e cominciò a sgranocchiare il tozzo di pane; Spaccasassi e Spaccamolle lo guardavano con espressione da affamati. Nane, generoso, spezzò il pane e glielo offrì assieme a un po’ di carne e ad un po’ di frutta. Dopo la frugale cena, stanchi, si sdraiarono e stavano per prender sonno, quando all’improvviso sentirono una voce che gridava: «Aiuto… aiuto!».

Spaccamolle e Spaccasassi, paurosi, si rannicchiarono in un angolo della caverna. Nane, invece, uscì per vedere cosa succedeva, ma fuori tutto taceva.

Rientrato, udì ancora la voce di donna, che gridava: «Aiuto… aiuto!». Nane uscì una seconda volta e non vide ancora nulla.

Rientrò infuriato: «Siete voi che mi fate degli scherzi» dice ai due compagni.

E loro tremanti: «No, no, non siamo stati noi».

Ed ecco per la terza volta la voce: «Aiuto, liberatemi!».

Nane pensò un po’ e capì che la voce proveniva dal profondo della caverna. Tirò due pugni alla parete di roccia, questa si spezzò ed apparve un gran portone di ferro, a protezione di un palazzo sotterraneo.

«Chi è là? rispondetemi!»

«Sono il capo dei briganti e tengo prigioniera la principessa e tu non riuscirai a liberarla, ci sono dieci porte di ferro, l’una più grossa dell’altra a protezione del nostro covo e dietro ad ognuna, dieci briganti armati.»

Nane prese la rincorsa, sfondò la prima porta e ammazzò i dieci briganti, poi la seconda, poi la terza.

«Non ce la farai mai» grida il capo dei briganti. Ma Nane continuò imperterrito a spazzar via la quarta, la quinta, la sesta e poi la settima, l’ottava e la nona, ammazzando tutti i briganti.

Prese fiato davanti all’ultima, era proprio enorme, robusta, massiccia.

«Non ce la farai ad abbattere anche questa» gridò ancora sicuro il capo.

Ma Nane prese la rincorsa e, forte com’era, distrusse anche l’ultima porta gridando al capo dei briganti: «Adesso tocca a te.»

Ma una volta entrato nel covo segreto si accorse che era già scappato; con una corda si era lanciato aldilà del burrone.

Nane si guardò intorno e sentì ancora la voce: «Aiuto, liberatemi…!». Era la principessa che, incatenata, piangeva disperata. Nane la liberò, lei gli buttò le braccia al collo: «Grazie mio salvatore, mio padre ti ricompenserà».

Ma ora occorreva attraversare il burrone. Nane, che oltre alla forza aveva anche l’intelligenza, legò uno sgabellino all’estremità di una corda formando una specie di altalena.

«Per primo passi tu Spaccamolle, poi noi ti passiamo la principessa e infine passeremo Spaccasassi e io.»

Così fecero. Ma quando anche Spaccasassi fu passato invece di lanciare l’altalena a Nane, recise la corda e gridò:

«Ciao Nane e grazie, ora noi andiamo a prendere la ricompensa dal re e tu resti là».

«Disgraziati, lazzaroni, io vi ho aiutati e voi mi ricambiate così!» Nane però, non si dette per vinto, prese le lenzuola dai letti dei briganti, le legò, fece una corda, saltò dal burrone e corse velocemente verso la reggia. Intanto gli altri due compari con la principessa erano già arrivati. Il re naturalmente aveva riabbracciato felice la figlia ed aveva fatto portare un forziere pieno di oro e zaffiri per i suoi salvatori.

«Non sono loro papà che mi hanno liberata, bensì un giovane bello e forte.»

«Figlia mia, loro ti hanno riportata a casa e a loro darò la ricompensa!»

I due ringraziarono e fuggirono via col forziere. Poco dopo, Nane giunse al castello, trafelato e lacero. Le guardie non lo volevano far entrare e lo stavano allontanando come uno straccione, ma la principessa per fortuna lo vide e gridò:

«Fermi, è il mio salvatore fatelo entrare». E rivolta al padre: «È lui, padre, il giovane che mi ha liberata, devi premiarlo».

Il re calmo abbracciò Nane, e mentre lo stringeva a sé si accorse di una curiosa e inconfondibile cicatrice che portava sulla spalla. Trasecolato gli chiede: «Giovane chi sei? da dove vieni? raccontami la tua storia».

Nane gli raccontò di sé, dei suoi, di come l’avessero trovato ed allevato come un figlio.

«Tu allora sei figlio mio» gli disse abbracciandolo di nuovo commosso «ti rapirono quand’eri ancora piccolo. Volevano ammazzarti perché tu non mi succedessi al trono, ma la persona incaricata di farlo non ha trovato il coraggio e ti ha messo in quella cesta sul fiume; questa cicatrice che porti sulla spalla è un segno inconfondibile della tua identità anche dopo molti anni.»

Il re allora dette ordine di preparare sette giorni di festa in onore del figlio ritrovato. Nane passò dei giorni felici, ma poi all’improvviso si rattristò.

«Che hai figlio mio?» gli chiese il re.

«Padre, qui sto bene, ma mi mancano i miei genitori adottivi che mi hanno voluto tanto bene.»

Il re capì, fece chiamare a corte il pescatore, sua moglie, i suoi dodici figli e insieme, nel castello, vissero per cento anni felici e contenti.

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