La volpe e il riccio

Mimi, la volpe dal pelo rosso, è nascosta dietro a un cespuglio di mo­re. Ha sentito un lieve rumore sottoterra. La sua preda ha intuito il pe­ricolo. Mimi non si muove e aspetta. Quando la preda si sentirà sicura, uscirà.

Il tempo passa. La sua preda esce: è un riccio. Deve andare a na­scondersi in un’altra tana, ma si guarda intorno. Sente il pericolo. Ecco, il riccio si è deciso, ora è all’aperto. Si muove lentamente. Mimi fa un balzo per prenderlo, ma il riccio si è trasformato in una palla spi­nosa. La volpe grida per il dolore e si allontana con la bocca che le san­guina.

La volpe pensa che il riccio è uno strano animale e che deve essere buono da mangiare, visto che si difende così!

Allora la volpe cerca un altro modo per prendere il riccio e mangiar­lo, ma ogni volta il riccio diventa una palla spinosa. La volpe inventa tantissimi modi per mangiare il riccio, ma senza mai nessun risultato.

La volpe decide che è inutile mangiare quello stupido animale: la vol­pe, infatti, sa fare molte cose, il riccio invece ne sa fare solo una!

Di Raffaele La Capria
tratto da: Guappo e altri animali, Mondadori, Milano 2007

È vero che da ogni scrittore si potrebbe trarre il suo proprio, personalissimo bestiario, rintracciabile nelle sue opere o nascosto nel suo inconscio. Prima di trovarsi di fronte alle pagine che presentiamo, difficilmente si sarebbe pensato a La Capria come a uno scrittore “animalista”. E invece. Invece adesso possiamo dire che pochi scrittori hanno dimostrato verso gli animali tanta partecipe tenerezza, tanta simpatia nel senso etimologico di capacità di patire insieme. Un’empatia che si esercita verso le creature più tradizionalmente “amiche dell’uomo”, come il fedele e amatissimo cane Guappo, ma anche verso quelle più apparentemente aliene. Per esempio, la privazione della libertà che provoca il nobile avvilimento di un felino dietro le sbarre è la stessa che sconvolge il muto destino di un pesce dietro la lastra vetrata di un acquario; la sofferenza che vela lo sguardo supplice di un cane non appare meno ingiusta quando sfolgora sotto la palpebra rugosa di una civetta. Messi l’uno dopo l’altro questi brani, tra i quali si riconoscono facilmente alcuni luoghi classici della produzione lacapriana, acquistano una luce nuova. Sprigionano tanta forza nel mettersi dalla parte degli ultimi, degli esseri che non hanno la parola per farsi udire, che la prosa di La Capria sembra allargarsi ad abbracciare una forma di comunicazione più vasta, l’empatia profonda che mette in armonia l’uomo con tutte le altre creature.

Che ne dici di leggere anche... :-)

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