Capitolo 4
Trecento monete
Quando si svegliarono, la polvere era ancora lì, uguale al giorno prima: né aumentata né diminuita. Il vento la sollevava in piccoli turbini quando soffiava, ma non la portava che poco distante, facendola posare di nuovo in forme inedite e fantasiose.
“Papà, ho fame”
“Ok. Vestiti e andiamo a cercare un bar”
Il bar che trovarono non era certo bello: piccolo e polveroso, si componeva di pochi tavoli traballanti, pareti sporche ed una televisione che trasmetteva vecchi videoclip. Ma Jori aveva ordinato la sua colazione ed ora la mangiava di gusto, senza badare allo squallore del locale. Poco distante dal tavolo c’era una vecchia slot-machine, dove giocava una donna dall’età indefinibile: con gesti meccanici inseriva una moneta, tirava la leva ed osservava le figure sulle ruote allinearsi. Moneta, leva, ruote. Altra moneta, altra leva, altre ruote. Quando vinceva, la macchina emetteva suoni lunghi e un po’ distorti, lasciando cadere qualche gettone nel piatto; quando perdeva invece, non succedeva nulla. Sui volti degli altri avventori, in risposta ai gemiti elettronici, passavano sempre le stesse emozioni: sorpresa, invidia, indifferenza. Altra sorpresa, altra invidia, altra indifferenza.
Placata la fame, Jori la osservava con attenzione, incerto sulle regole.
“Come si fa a vincere papà?”
“Si deve essere fortunati”
“E come si fa ad essere fortunati?”
“Non si fa nulla: la fortuna non si decide, viene da sé”, tagliò corto lui; ma dopo qualche istante, quasi parlando tra sé, aggiunse con aria pensierosa: “È una strana cosa, la fortuna”
Il viso di Jori divenne ancor più perplesso e tornò a fissare lo svolgersi del gioco.
All’improvviso la slot-machine emise un lungo suono acuto, prese a lampeggiare all’impazzata e molte monete caddero nel vassoio, con un gran rumore. Tutti i presenti si voltarono con aria stupita e curiosa, interrompendo la solita successione di sensazioni, mentre la donna a piene mani afferrava le monte con avidità e se le infilava in tasca. Quando ebbe finito, si voltò verso Jori e sorrise.
“Trecento! Ne ho vinte trecento!”, esclamò felice.
“Complimenti, è stata molto fortunata” disse Jori, sperando di non sbagliare ad utilizzare una parola di cui non aveva ancora ben capito il significato.
La donna prese posto al loro tavolo ed insistette per poter offrire qualcosa, sostenendo che la presenza del bambino le avesse portato bene.
“Gioco ogni giorno da tanto tempo, ma non avevo mai vinto così tanto. Che fortuna!”, ripeteva.
Quando furono serviti tre succhi di frutta, disse con aria più seria: “Non è strano, che abbia vinto proprio trecento monete? Una per ogni giorno che mi rimane da vivere: la sorte a volte è davvero beffarda!
Sono malata, sapete? Sono malata e nessuno può fare nulla; i medici hanno detto che tra un anno al massimo morirò. Un anno ha trecentosessantacinque giorni, ma io credo che non arriverò proprio alla fine: trecento per me basteranno” Cadde il silenzio; dopo qualche momento Ayl disse: “Mi dispiace molto” Ma la donna rispose: “No, non dispiacerti, perché oggi ho avuto la vincita più grossa di tutta la mia vita. Da oggi, giocherò una di queste monete ogni giorno: una al giorno fino all’ultimo, e via via che le monete si consumeranno, io mi preparerò a morire. Così, quando avrò fatto la mia ultima partita, me ne potrò andare serena perché saprò di essere pronta”
Poi porse una delle monete vinte a Jori e gli disse: “Ecco, tieni. La moneta di questo primo giorno la dono a te, perché mi hai portato fortuna!”
Quando la donna li ebbe salutati e se ne fu andata, Jori terminò il suo succo con una tristezza nel cuore che non aveva mai provato prima. Pensava che per quella donna, che ci fosse o meno la polvere, che piovesse o meno, che si potesse o no parlare con le nuvole, ormai non era più importante: tutto ciò che le importava era di giocare una moneta al giorno per i suoi trecento giorni e poi morire. “Spero non vinca mai più”, disse; “sarebbe triste se avesse delle nuove monete, perché morirebbe senza averle consumate tutte e non si sentirebbe pronta”
“Non so”, rispose Ayl con un sospiro; “giocare sperando di perdere è un po’ come essere già morti”
Rimasero in silenzio per un poco, ascoltando i periodici richiami della slot-machine a cui ora nessuno stava giocando: con le sue luci ammiccanti li osservava indifferente, in perenne attesa della prossima moneta, della prossima leva, della prossima partita.
“Abbiamo molta strada da fare”, disse infine Ayl; “meglio metterci in cammino”
Jori non se lo fece ripetere due volte e subito fu pronto per andare: la musica insistente della macchina gli stava facendo venire mal di testa, e quella già vaga idea di ‘fortuna’ che si era fatto, diventava ad ogni richiamo sempre più confusa.



