Il nonno Ottaviano

Quando avevo quattro anni, avevo quattro nonni: due nonni di città e due nonni di campagna.

Quelli di città si chiamavano Luigi e Antonietta e assomigliavano spiccicati a tutta la gente di città. Quelli di campagna si chiamavano Ottaviano e Teodolinda e non assomigliavano a nessuno, nemmeno ai loro vicini di casa.

I nonni di città abitavano nel nostro palazzo e io li vedevo come minimo quattro volte al giorno.

Alle otto del mattino, quando il nonno tornava dalla passeggiata con Floppy:

– Allora, cosa facciamo oggi, giovanotto? Andiamo o no a scuola?

Alle nove, quando la nonna usciva con Floppy per la spesa:

– Sei pronto per la scuola, fringuellino?

Alle due, quando il nonno usciva per la seconda passeggiata con Floppy:

– Ah, sei tornato dalla scuola! Bravo!

E alle cinque, quando la nonna usciva con Floppy per le compere o per una visita alle amiche:

– Ti sei divertito oggi a scuola, fringuellino?

La scuola era quella materna, che io odiavo con tutte le mie forze da quando, una bruttissima mattina, la mamma aveva cominciato a lavorare e mi ci aveva portato per forza.

Cosí ogni giorno era la stessa storia: io piangevo, il nonno bussava alla porta, la nonna si affacciava e tutti e due se ne andavano con Floppy.

La mamma, certe volte, quando li vedeva, sbuffava e diceva frasi del tipo: «Il cane per loro è meglio del nipote», che mi preoccupavano moltissimo e spesso mi facevano smettere di piangere. Perché Floppy, con quella pancia che sembrava il mio pallone e le gambe rachitiche, era bruttissimo e io mi domandavo come potevo essere piú brutto di lui.

Tutti diversi i nonni di campagna. Per prima cosa avevano oche e polli al posto di un cane; poi non uscivano quattro volte al giorno a portarli a passeggio; infine non abitavano sopra di noi, ma a quaranta chilometri di distanza e io li vedevo sí e no un paio di volte al mese.

La mamma, a volte, quando parlava di loro, sospirava e diceva frasi del tipo: «Come fossero dei fantasmi». E io immaginavo il nonno Ottaviano e la nonna Teodolinda coperti da un lenzuolo bianco, uno alto e l’altra larga, mentre inseguivano i polli e le oche nel cortile.

Questi nonni erano i genitori della mamma ed erano piú simpatici degli altri due, proprio come lei.

La mamma era l’unica figlia del nonno Ottaviano, perché la nonna Teodolinda, anche se era cosí grossa, partoriva dei bambini piccolissimi, che non riuscivano a vivere piú di un giorno. Per fortuna con la mamma andò un po’ meglio; forse perché quella volta la nonna ce la mise tutta, lei diceva, per poter avere un nipote come me.

Il nonno fece festa per un giorno intero e la nonna diceva che si era anche ubriacato. Poi andò nell’orto a piantare il ciliegio.

A questo punto vi devo parlare del nonno. Io allora non c’ero, ma immagino che fosse già un tipo speciale. La nonna diceva che era l’uomo piú bello del paese e che aveva dovuto sudare sette camicie per accalappiarlo. Ma forse la nonna esagerava un po’, perché gli voleva cosí bene che si vedeva ancora. Io il nonno non me lo ricordo proprio bello, ma alto e diritto, con i capelli al vento, quelli che aveva, e un filo d’erba sempre in bocca. L’erba dei prati, che strappava con due dita e mordicchiava piano piano. «Meglio questa di un sigaro», diceva.

Dunque, quando la mamma nacque, il nonno andò in paese e tornò con un paio di orecchini d’oro per la nonna e una pianta di ciliegio. Andò nell’orto, scavò una buca, la riempí di letame caldo e piantò l’albero; poi prese un temperino, lo arroventò e incise a fuoco un nome: FELICITÀ. La mamma, infatti, si chiama cosí e questo, secondo il nonno, doveva essere anche il nome del ciliegio. Ma la nonna gli fece notare che era un nome poco adatto a un ciliegio; allora il nonno decise che lo avrebbe chiamato Felice, e cosí è stato. Felice aveva allora tre rami, e in primavera, quando la mamma aveva sette mesi e quattro denti, mise anche lui quattro fiori. Da quel momento la mamma e il ciliegio sono cresciuti insieme e con il nonno e la nonna hanno formato una famiglia. Bastava guardare l’album delle fotografie per capirlo.

Nella prima c’era la mamma a sette mesi, con i famosi quattro denti che però non si vedevano, in braccio alla nonna Teodolinda, che la sollevava in alto come un pupazzo. Quando guardavo quella foto, pensavo sempre che la nonna Teodolinda su un ring di pesi massimi ci sarebbe stata benissimo. Allora era giovane e non era ancora grassa come io la ricordavo, ma aveva certe braccia che con uno se ne facevano due di quelle della nonna Antonietta. Per non parlare del seno! La nonna Teodolinda aveva due cose grandi e morbide, che quando mi prendeva in braccio e mi stringeva, mi pareva di affondare in un cuscino di piume e avrei voluto dormirci sopra per sempre.

Questa è la cosa piú bella che mi ricordo della nonna, e anche l’odore che aveva, che non assomigliava ai profumi puzzosi della nonna Antonietta, ma all’odore della mamma dopo il bagno. Lei diceva che erano le saponette che fabbricava in casa con una ricetta segreta che le aveva dato una strega, e io allora ci credevo, perché la nonna era cosí diversa dalle altre donne che tutto mi sembrava possibile.

Accanto alla nonna, in quella prima fotografia dell’album c’era Felice: era alto piú o meno come lei e sembrava un ciliegio bambino. Secondo il nonno, quando lo aveva piantato doveva avere tre anni, l’età giusta per essere un buon compagno di giochi. In un’altra fotografia si vedeva la mamma su un’altalena sospesa al ramo piú grosso del ciliegio, che intanto di rami ne aveva messi altri. Il nonno l’aveva potato e Felice sembrava tutto infreddolito. Ma quando glielo facevo notare, lui mi diceva: «Ma no, alle piante fa bene, cosí si irrobustiscono». E infatti, nella fotografia del settimo compleanno della mamma, Felice era ormai un albero e la mamma poteva stare a cavalcioni di un ramo e dondolare le gambe nel vuoto.

Tante volte lei mi ha raccontato che il suo divertimento piú grande, da bambina, era salire sul ciliegio e inventare lassú mille giochi. Io l’ascoltavo con invidia perché, quando mi portava dai nonni, il tempo era sempre troppo poco, Felice troppo alto e io troppo piccolo perché potessi salire da solo. Quando il nonno non era impegnato nell’orto o con i polli, mi ci portava lui: si toglieva le scarpe, mi prendeva a cavalluccio sulle spalle e saliva con un’agilità incredibile, come una scimmia con il suo scimmiotto. Una volta la mamma uscí, ci vide e si mise una mano sulla bocca per non gridare. Ma non disse niente, tanto sapeva che con il nonno era inutile. Questo succedeva quando la nonna stava ancora bene. Poi lei si ammalò e il nonno non fu piú quello di prima. La mamma lo diceva sempre, ogni volta che tornavamo a casa. Parlava da sola, a voce alta, e diceva che non era giusto lasciarli là, che il nonno era un testone, che non poteva pensare a tutto lui… Poi finiva per lamentarsi degli altri due nonni e per prendersela con Floppy.

L’album delle fotografie arrivava fino al matrimonio della mamma e ce n’erano due che mi piacevano molto: in una si vedevano mamma e papà sotto il ciliegio tutto fiorito, lei sulla sua altalena e papà che fingeva di spingerla, e, nell’altra, il nonno Ottaviano e la nonna Teodolinda che si davano la mano. La mamma mi ha raccontato che il nonno, per il matrimonio, voleva fare un grande pranzo nell’orto; ma siccome il nonno Luigi e la nonna Antonietta erano contrari, per via delle mosche e degli insetti, avevano fatto lí solo le fotografie e poi erano andati al ristorante, dove il nonno Ottaviano aveva dovuto mangiare le ostriche, che gli facevano schifo, e il giorno dopo si era sentito male.

Nelle foto del matrimonio mamma e papà erano bellissimi, e il nonno Ottaviano e la nonna Teodolinda quasi non si riconoscevano. Il nonno indossava un vestito scuro con la cravatta, che era quello del suo matrimonio, e la nonna un abito tutto arricciato, che la faceva sembrare ancora piú grassa, e un mazzolino di fiori puntati sul petto. La nonna rideva e nella faccia sembrava quasi una bambina.

Quell’album non c’è piú, lo distrusse il nonno, ma le foto io le ricordo tutte, una per una.

Di Angela Nanetti
tratto da: Mio nonno era un ciliegio, Einaudi Ragazzi, Trieste 1999

«… Dunque, quando lo mamma nacque, il nonno andò in paese e tornò con un paio di orecchini d’oro per la nonna e una pianta di ciliegio», racconta il protagonista della storia.
«Il nonno voleva chiamarlo Felicità come la mamma, ma la nonna gli fece notare che era un nome poco adatto a un ciliegio, allora lo chiamò Felice».
Un nonno speciale, un ciliegio per amico; una storia che vi farà ridere e piangere e che non dimenticherete.
Età di lettura: da 8 anni.

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