Vacanze in montagna

L’estate significava andare in villeggiatura. Per quattro mesi stavamo in montagna. Appena arrivati, mi immaginavo di essere un abitante di quei luoghi. Non avevo altri bambini con cui giocare e camminavo sola nei prati cercando cavallette e ranocchi.

Allora non conoscevo la noia o la conoscevo appena. Per pochi istanti, sbuffavo e ciondolavo intorno alla casa. Allora mia madre mi diceva di lavarmi la faccia e fare i compiti delle vacanze. Non la ascoltavo, perché sapevo che fare i compiti era un pessimo sistema contro la noia. Comunque mi liberavo della noia con una facilità estrema.

Pensavo allora che ogni pomeriggio potesse racchiudere straordinari avvenimenti. Potevo andarmene nei prati a trovare qualche grosso rospo. Nei boschi c’erano gli scoiattoli, e la speranza di acchiapparne uno e portarlo a casa non mi abbandonava mai. Oppure potevo tentare di scrivere un romanzo, o anche fare una grande scoperta scientifica. Il giorno della partenza dalla montagna era per me quasi ancora più bello del giorno dell’arrivo. Alla felicità di partire, di salire prima su una corriera e poi su un treno, si univa la sottile e deliziosa tristezza di dire addio all’estate.

Natalia Ginzburg, Lessico familiare, Einaudi

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