I ranocchi e lo stagno gelato

Anche se nelle case i camini già accesi e le finestre decorate indicavano un tempo di attesa e di gioia, nello stagno dei ranocchi la superficie del laghetto si stava ghiacciando, il cibo scarseggiava e la vita diventava difficile.

La mattina presto i rami spogli delle piante erano ricoperti da uno strato sottile di brina bianca che faceva sentire ancora più freddo; tutto intorno gli alberi sembravano sparire nella nebbiolina fitta che faceva intravedere soltanto le cime più alte, spoglie e senza foglie.

La grotta accanto all’ovile delle pecore sembrava ancora più cupa e scura, una grande bocca nera aperta sul paesaggio bianco di neve.

Per i ranocchi niente più tuffi nelle pozzanghere vicino allo stagno, niente più crogiolarsi al sole sulle pietre accanto all’acqua; si stringevano tutti insieme per stare al calduccio e dividevano i pochi moscerini e le poche mosche che riuscivano a catturare.

Le giornate si facevano sempre più corte e anche il sole sembrava stanco: andava a letto presto e si alzava la mattina molto tardi stiracchiandosi come chi ha dormito poco e male.

Persino i campanacci delle mucche nella fattoria si sentivano già da un pezzo prima che i suoi raggi appena appena dorati comparissero dietro la collina.

I ranocchi erano quasi certi che prima o poi il sole non sarebbe più ricomparso e tutto sarebbe diventato buio per sempre.

Quelli più grandi inforcavano gli occhiali costruiti con fili di avena e pezzetti di vetro trovati nel fondo dello stagno e contavano i giorni nel loro calendario di felci essiccate e di bacche di pungitopo: ogni mattina spostavano verso il basso le bacche rosse lungo le foglie appuntite e si accorgevano, con grande angoscia, che si avvicinava già la fine dell’anno e, forse, anche la fine di tutto. Scuotevano tristemente le grosse teste e si arrampicavano stancamente lungo il bordo pietroso dello stagno per controllare se il ghiaccio si fosse finalmente incrinato.

Ma tutto sembrava immobile, fermo.

Rassegnati, si strinsero tutti insieme per trovare conforto, ma proprio quando erano ormai convinti che quella che si annunciava col buio più fitto sarebbe stata la notte più lunga, quella che non finisce, all’improvviso, dalla grotta scavata accanto all’ovile delle pecore apparve una luce, debole e tremolante.

Stupiti, alzarono le grosse teste per guardare meglio e i più anziani rimisero i loro occhiali fatti di fili di avena e pezzetti di vetro: la luce aumentava di intensità e di calore, si diffondeva dalla grotta fin nelle case e arrivò sullo stagno, attraversò la superficie del laghetto, lacerò lo strato di ghiaccio e una miriade di moscerini si sollevò lasciando una scia colorata con i colori dell’arcobaleno.

E così ci fu di nuovo cibo e ci fu di nuovo luce.

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