Agylla e Trasumenus

llustrazione di Marco Leombruni

Sotto l’isola Polvese c’è un invisibile castello. Si accede da un’apertura all’interno della roccia, quasi impercettibi­le all’occhio umano, dove alghe e muschi da anni hanno lasciato tracce e colori intensi, dal verde al blu. Da questo incavo si apre un passaggio angusto che porta a un atrio ampio, proprio sotto l’isola, dove la luce del sole filtra e si rifrange in mille riflessi del cristallo. È un castello di vetro, che assorbe e riflette i deboli raggi di sole o di luna e riesce a scomporli in vari giochi di luce.

Si tratta di un gioco di specchi e di riflessi dell’onda del lago Trasimeno, che ai tempi di questa vicenda non si chia­mava ancora così. Nessuno sapeva che dalla stretta caverna si poteva entrare nella magia del castello di cristallo e nes­suno, ancora oggi, è potuto entrarvi.

Viveva in quella splendente e insolita dimora una Nin­fa delle acque, Agylla. Vi era stata rinchiusa da Oceano, il burbero padre di tutti i corsi d’acqua, di tutti i fiumi e i laghi, perché facilmente cadeva in amore per gli uomini mortali. Lì, lontano dagli dei e dagli uomini, difficilmente avrebbe potuto incontrare un mortale e innamorarsi. Così segregata, non avrebbe più contaminato il mondo divino dell’acqua con i suoi illeciti amori.

Le restavano poche consolazioni. Tre serve la allietavano al suono della lira, del flauto e dell’arpa. Poteva inseguire le carpe che, attraverso la stretta apertura, entravano nel suo mondo incantato. Giocava e girava nelle vertigini dei gor­ghi veloci, inseguiva le alghe danzanti alle lente correnti, ma anche così il giorno era lungo e noioso.

A volte si divertiva a scacciare dalle nasse dei pescatori i pesci che vi entravano ignari. Poco divertimento traeva, comunque.

Un giorno venne dai lidi di oriente Tyrrhenus, il Re che rese nobile e grande il regno degli Etruschi. Il suo potere si espanse in gran parte delle terre comprese tra l’Arno e il Tevere. Costruì città, le collegò con strade, edificò templi agli dei dell’aria e dell’acqua. A suo figlio maggiore, Trasumenus, affidò il controllo delle città dell’Umbria.

Trasumenus era un giovane coraggioso e a volte intempe­rante. Poco incline ad ubbidire, amava sfidare i pericoli e portare un messaggio di civiltà alle antiche città italiche che presto appresero la lingua e la civiltà degli Etruschi.

Amava molto il lago che si estendeva, quasi circolare, tra le dolci colline dell’Umbria. Amava il riflesso dei dolci declivi verdeggianti che si specchiavano nelle sue acque. Amava lo sciabordio malioso e fu così che decise di costru­ire un proprio castello sulla cima dell’Isola Polvese.

Sapeva che l’acqua del lago è a volte insidiosa, ma più di una volta vi si tuffò, alla ricerca di ristoro e frescura nelle calde giornate d’estate.

Agylla lo vide nuotare, lo vide padroneggiare con sicurez­za i dolci riflussi dell’onda. Se ne innamorò e pensò, all’ini­zio, di tenere nascosto il suo amore.

Prese l’abitudine di aspettare ogni giorno l’arrivo del gio­vane all’ingresso della sua caverna, perché lo vide tornare più di una volta. Temeva, però, che le serve potessero rife­rire al dio del suo pericoloso amore. Languì a lungo, senza parlare e toccare cibo. L’azzurro riflesso degli occhi perse il suo vigore, le sue forze s’indebolirono e così il suo amore presto fu manifesto a tutti.

Anche il padre Oceano lo venne a sapere:

  • Non cambi mai, eh? – le disse severo, anche se un po’ aveva pietà della sua evidente prostrazione.

La Ninfa rimase in silenzio. Come poteva nascondere an­cora il suo amore sofferto?

  • Ebbene ti lascerò sbagliare questa volta – le disse. Ma presto capirai quanto sia folle amare un mortale, per te che sei una dea.

Agylla trasalì. Ebbe quasi timore di poter vivere questa volta liberamente i suoi sentimenti, ma la paura cedeva da­vanti al forte desiderio.

Le serve, felici, le promisero che avrebbero portato a lei il giovane principe, quando lo avrebbero spiato, dal basso, muoversi libero tra le onde del lago.

Fu così che un giorno, mentre Trasumenus volteggiava nell’acqua, avvertì un melodioso suono misto di flauto e di lira, che proveniva dal fondo. Ammaliato da tanta melodia, dalla loro voce e dal dolce volteggiare, seguì le serve e fu condotto da loro nel castello. Era il primo mortale a visita­re lo splendore, austero e ricco di riflessi, di quell’insolita dimora sommersa nelle acque.

Lì conobbe Agylla, e Agylla, rapita da tanta bellezza, alla sua vista riprese vigore.

Anche Trasumenus non aveva mai visto una dea così da vicino. Non immaginava che la pelle delle dee avesse il can­dore della luna piena di marzo, che nei loro capelli ci fos­sero i riflessi del sole e che i loro occhi avessero il blu dei mattini di settembre.

  • Sei una dea? – le chiese incredulo. Aveva affrontato guerre e pericoli, ma quella visione gli creò terrore e insi­curezza, che non aveva mai provato prima. Ne era attratto, irresistibilmente, e allo stesso tempo spaventato.

Si amarono per tutto quel giorno e per la notte seguente. Il tempo scorreva velocissimo, e il giovane non si accorse che un giorno intero era passato, nei tepori di quell’incredibile abbraccio.

  • Se resti con me, ti renderò eterno… – gli promise la dea.
  • E come farai? – replicò incredulo il giovane.
  • Ti darò da mangiare l’ambrosia che preparano le serve. Pranzerai al suono della lira e del flauto e così vivrai per sempre, qui con me.
  • Una falsa promessa mi stai facendo. – soggiunse il gio­vane, terrorizzato all’idea di condividere con una dea la sua natura mortale. – È solo un inganno, lasciami andare.
  • Se te ne vai, perderai l’amore e il sogno condiviso di una vita eterna – gli disse la dea, con un velo di rammarico nel tono della voce.
  • Ma io sono un uomo libero e voglio vivere alla luce del sole. Che cosa farò di questi riflessi di cristallo, della tua am­brosia e del melodioso canto delle tue serve?
  • Li avrai per sempre e non dovrai temere la morte. Non dovrai avere paura di vedere questi muri invecchiare, dete­riorarsi, crollare forse un giorno. Non dovrai vivere nell’an­goscia di vedere i tuoi amici cambiare giorno dopo giorno, insicuro dei loro sentimenti. Qui avrai solo certezze, ogni desiderio sarà esaudito. Certo non andrai a caccia, non avrai regni da amministrare, ma non avrai timori… Qui sarà sem­pre tutto uguale e sicuro.

Trasumenus, curioso e allo stesso tempo insicuro della scelta, ritornò nel suo castello, tra i suoni scordati dei suoi musicanti, tra i sapori forti e a volte nauseanti dei suoi cibi, tra le donne mortali che cambiano, invecchiano e non sono sempre uguali ogni giorno.

  • Che strano. – pensava. Quella dea mi ha ammaliato! Non ho mai provato un amore così forte.

Lì sull’isola Polvese, rifletteva sempre sul fatto che sotto le fondamenta del suo nobile palazzo, una dea stupenda, inna­morata, lo aspettava e gli avrebbe dato l’immortalità.

Passarono giorni e mesi. Il suo amore invece di scemare cresceva come le spighe di grano al sole di maggio.

Un giorno si tuffò tra le onde del lago. Precipitò tra le sco­scese pareti dell’isola e s’infilò in quell’angusto passaggio.

La dea lo aspettava. Sapeva che sarebbe tornato.

Lo accolse senza mostrare il minimo cedimento all’orgo­glio e alla ripicca, come fanno le donne mortali. Gli diede l’immortalità.

– È incredibile – pensava. – Il padre Oceano non ha fatto alcuna obiezione a questa mia scelta. Mi ha sempre impedito di amare gli uomini, ma questa volta ha ceduto.

Il padre Oceano aveva taciuto e avrebbe taciuto anche in seguito, perché sapeva che questo amore presto si sarebbe ri­velato funesto. Le dee, infatti, non possono amare gli uomini mortali. Eppure, ogni giorno il loro amore diventava sempre più forte. Agylla amava Trasumenus che ricambiava a sua volta l’amore di quella. I giorni non erano monotoni, sempre uguali sì, ma il loro amore non si perdeva, non cambiava, forse solo cresceva.

Agylla, però, non aveva considerato che al suo amore mor­tale aveva donato l’eterna vita, ma non l’eterna giovinezza.

Passarono gli anni, poi i secoli, e Trasumenus diventava sempre più vecchio e debole. Sordo, cieco, lento nei movi­menti, viveva con estrema difficoltà quell’amore che, solo, gli dava la speranza di sopravvivere al dolore dell’eterno deca­dimento del corpo. Agylla, che lo amava di un amore tenero e disperato, capì perché Oceano l’aveva lasciata sbagliare e perché il suo amante, quando era giovane, si era mostrato insicuro nello scegliere il suo amore eterno.

Ancora oggi nelle notti d’estate qualcuno vede Agylla di sera portare sulle giovani spalle, e coprire tra il riflesso do­rato dei suoi eterni capelli, il corpo sfigurato del suo amante Trasumenus, condannato per sempre a un disfacimento senza fine, sostenuto solo dal suo impossibile amore.

Fiaba tratta da “Fiabe umbre” di Donato Loscalzo

Illustrazione di Marco Leombruni

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