Quel che c’é da capire

Alice capisce tutto quel che c’é da capire. Quel che c’é da capire, dicevano i grandi, e dentro una grossa pentola, di quelle in cui si bolle l’acqua per la pasta; solo che questa pentola non si può più usarla per bollire l’acqua perché qualcuno ha avuto la bella idea di metterci dentro tutto quel che c’é da capire. Così i grandi l’hanno nascosta in cantina, in mezzo a tante cianfrusaglie, e perché quel che c’é da capire non esca fuori e si disperda ai quattro venti l’hanno chiusa ermeticamente con del nastro adesivo, e sopra ci hanno messo un ferro da stiro, una chiave inglese e un’incudine – oggetti pesanti, insomma, per tenere il contenuto al sicuro.

Alice però non si è fatta scoraggiare dalle loro precauzioni ed è andata a cercare la pentola. La cosa più difficile per lei è stata scendere in cantina: la scala è stretta e buia, e in fondo bisogna girare un angolo, e mentre si scende si ha l’impressione che dietro quell’angolo ci sia qualcosa di orribile, uno di quei mostri di cui parlano le favole – le favole finte, voglio dire, quelle scritte apposta per imbrogliarci e per spaventarci. Prima o poi, stringendo forte i denti e chiudendo gli occhi, Alice è arrivata in fondo alla scala; e quando c’é riuscita ha subito voluto riprovarci, e ha riprovato ancora e ancora, finché poteva farlo canticchiando e saltando i gradini a due a due. Superato l’ostacolo della scala, il resto è venuto liscio come l’olio: la porta della cantina non è chiusa a chiave, la pentola è in bella vista e gli oggetti pesanti che ci sono sopra non c’é bisogno di sollevarli. Basta inclinare la pentola e cadono di lato, facendo un gran fracasso. Allora si tratta solo di togliere il nastro adesivo e alzare il coperchio.

Alice ha compiuto questa operazione più volte. La prima volta è rimasta sorpresa, perché dentro la pentola non ha trovato nulla. Ha pensato che fosse l’ora sbagliata: che forse le cose si capiscono di sera, o di notte, o la mattina molto presto quando è già chiaro ma non è ancora comparso il sole. Così è tornata, di sera, di notte e anche la mattina molto presto, muovendosi circospetta con i suoi piedini leggeri per non svegliare nessuno; ma la pentola era sempre vuota. Per un po’ Alice è rimasta delusa, e si è anche preoccupata. «Sta a vedere» pensava «che aprendo la pentola ho lasciato venir fuori tutto quel che c’é da capire, e adesso si è disperso ai quattro venti e nessuno lo troverà più.» «Ma no» si rispondeva poi da sola «ci sono stata bene attenta. Non ho visto niente che usciva. E, se non ho visto niente, che cosa c’era da capire?»

Alla fine, Alice ha capito. Ha capito che i grandi avevano torto: quel che c’é da capire non si mette in una pentola, non si nasconde in cantina, perché non può venirci da fuori, non può esserci dato da un altro. Ha capito che si capisce sempre quel che abbiamo dentro, e se lo capiamo bene possiamo anche farlo venir fuori, e costruirci case e ponti e automobili e trattori; ma, se non capiamo quel che abbiamo dentro, fuori non c’é niente da capire.

Quando ha capito, Alice ha richiuso la pentola con il nastro adesivo e faticosamente ci ha rimesso sopra il ferro da stiro, la chiave inglese e l’incudine. Da allora passa molto tempo nella sua camera, a capire quel che ha dentro; poi esce e con quel che ha capito cambia il mondo.

Ermanno Bencivenga

Che ne dici di leggere anche... :-)

Lascia una commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.