Clara Maria Parodi – Gipsy la Fiammella

Nella testolina di Gipsy i ricordi scorrevano fluidi e veloci…

A quel tempo, pensò, scoppiettavo felice in un braciere di campagna attorniata da una miriade di sorelle chiacchierine, finché un giorno uguale a mille altri, una folata di vento entrò nella stanza chiamando a gran voce mio padre.

Il vento, non ricevendo risposta, girò su se stesso e si diresse a scompigliare alcuni fogli appoggiati sul tavolo.

Era divertente seguire con lo sguardo gli umani intenti a tamponare i danni che quell’essere dispettoso provocava.

Le tende si sollevavano come possedute da fantasmi, la casa si riempiva di suoni e sinistri sibili, poi nuovamente imperava il silenzio.

Papà sbuffo qualcosa, di cui non colsi il senso, poi il buio della notte ci avvolse e gli umani si addormentarono.

Senza fare rumore, il vento rientrò nella casa da una fessura e incominciò a discutere con mio padre.

Sentivo le loro voci spazientirsi e vedevo il viso di mia madre assumere una smorfia di disappunto, la sentivo ripetere con voce stridula: “Non farlo, che ne sarà delle nostre figlie, lo sai che è sempre stato uno scapestrato”.

Mia madre, in preda ad uno strano nervosismo, continuava a elencare episodi in cui il vento aveva provocato danni agli umani.

Era curioso vedere come quello strano elemento potesse entrare e uscire dalla casa a suo piacimento e come nessuno riuscisse a tenergli testa.

Se era così potente, forse non doveva essere male conoscerlo pensai.

Appallottolata nel calduccio della brace con la mente invasa dai dubbi, stremata, mi addormentai.

Una strana sensazione di gelo mi svegliò, mi misi immediatamente a scoppiettare per riprendermi e girandomi intorno vidi uno scompiglio totale.

Le mie sorelle felici saltavano dalle tende ai quadri, papà stremato cercava di richiamarle nel braciere, ma loro in preda ad una strana euforia correvano per tutta la casa.

Non capì subito cosa stesse succedendo.

Il vento spadroneggiava soffiando furibondo e cantando a pieni polmoni la sua canzone di guerra:

“tira il vento, soffia la bufera, corre il maestrale.

Distruggi, scompiglia, mischia e saltella.

Scirocco del sud est,

Grecale del nord est,

Levante, Ponente e Tramontana,

E tu Libeccio che arrivi da sud ovest,

Unitevi a me…

Cantiamo insieme la nostra canzone

Tira il vento, soffia la bufera, corre il maestrale.

Distruggi, scompiglia, mischia e saltella.

Nuvole temporalesche lasciate che ai vostri piedi si formino le amiche trombe d’arie.

Eolo o re dei venti cedi il tuo trono a Tifone che col suo soffio infuocato porta distruzione e scompiglio.

Tira il vento, soffia la bufera, corre il maestrale.

Distruggi, scompiglia, mischia e saltella”.

La sinistra canzone continuò per un po’, diventano sempre più forte man mano che altri venticelli arrivavano ad aiutarlo.

Sempre più inorgoglito dal suo potere, il vento aveva ormai preso possesso della casa e sballottava la mia famiglia in tutte le direzioni.

Nascosta nel mio angolino, guardavo la scena senza sapere cosa fare, poi di colpo pensai al cucciolo d’uomo, e lentamente, tremando per paura di essere vista saltai fuori dal braciere.

Saltellando sul pavimento da un pezzetto di carta a uno staccio arrivai alla stanza degli umani, mi arrampicai su per le lenzuola sino al viso dell’uomo addormentato, gli lambii il più delicatamente possibile una guancia e pur non volendo lo bruciai.

L’uomo impaurito saltò giù dal letto e gridando a squarcia gola corse nella stanza del piccolo, lo sollevò tra le braccia e facendogli scudo con il proprio corpo lo portò fuori dalla casa.

Anche la donna, svegliata dalle grida, corse fuori.

Sentii delle sirene in lontananza, e ben presto, arrivarono degli strani umani vestiti di rosso che armati di lunghe pompe gettarono acqua su di noi.

Mio padre stremato, tentava inutilmente di riprendersi le figlie impazzite e la mamma accartocciata in un angolo teneva fra le sue braccia le più piccole di noi, cercando di ripararle dai nuovi umani, che con asce in pugno erano entrati nella casa.

A quel punto mi vide e mi disse: “Piccola mia, qui presto sarà tutto finito e noi saremo spente, l’uomo non si fida più e lotterà sino a che l’ultima di noi sarà distrutta, vattene, fuggi da qui, segui quel maledetto del Vento, ma non ti fidare di lui. Vai piccola, vai o sarà troppo tardi.”

In un attimo una leggera brezza mi avvolse e mi trascinò via.

Dall’alto potevo vedere la casa, gli uomini e le mie sorelle che una dopo l’altra erano coperte d’acqua.

L’umano si fermò un attimo a guardare la scena sconsolato poi, si sedette a terra e preso il suo cucciolo sulle gambe, incominciò a parlare: “Mio piccolo devi sapere che il fuoco non è cattivo, deve solamente essere controllato, questa sera purtroppo per un mio errore ha preso il sopravvento e hai visto che cosa ha potuto combinare”.

Continuò ripetendo a sé stesso come una litania: “Dovevo ricordarmi di coprire il braciere, dovevo farlo, lo sapevo, se non mi fossi svegliato, non voglio nemmeno pensarci…”

Per un attimo vidi i suoi occhi pieni di tristezza e odio. Mi allontanai pensando a cosa sarebbe stato di me e della mia famiglia.

Il vento si stava riposando poggiato su di un ramo e dondolandosi rideva delle sue gesta.

Lo apostrofai malamente, lui sorrise e con un leggero soffio mi spinse via.

Impaurita dal suo gesto, mi fermai su di un ramo secco, che con mio grande stupore prese forma dando vita a mille sorelline.

Sempre più impaurita, indietreggiai urtando il tronco dell’albero che prese vita con mille colori e bagliori illuminando la notte.

Presa dal panico, cominciai a correre all’impazzata, bruciando ogni cosa che si trovasse sul mio cammino.

Il cuore mi batteva forte, non riuscivo a controllarmi, mi sentivo persa e cattiva.

Il vento si faceva beffe di me, circondandomi, avvolgendomi, strattonandomi e ridendo.

Finalmente tornò la calma, e riuscii a sottrarmi al suo controllo, pensai che se avessi potuto posarmi su di un camino, forse, non avrei arrecato altri danni e avrei potuto riposarmi un po’ e pensare al mio futuro.

In lontananza vidi un grosso camino di mattoni, un tenue fumo usciva dal suo interno, cominciai a pregustare la calma di una nuova casa.

Chiesi un passaggio a un giovane venticello estivo, che molto galantemente mi aiutò e si complimentò con me per i miei occhi scintillanti.

Mi feci depositare sul comignolo, che avevo visto in lontananza, e dopo averlo ringraziato, mi lasciai scivolare giù.

All’interno, mentre scendevo, sentivo delle voci concitate che si esortavano a vicenda: “Corri, sbrigati, più calore”, diceva la prima. “Appena in tempo, hai visto? Stava nuovamente per annerire tutto, com’è, sbadato”, diceva la seconda.

Un coro di risate faceva eco alle loro parole, sembrava si stessero divertendo molto.

Poi una si accorse di me e disse: “Ehi ragazze arriva una nuova, speriamo che abbia voglia di lavorare con tutto quello che c’è da fare!”_

Mi guardavo intorno spaesata, un mondo nuovo si apriva davanti ai miei occhi, umani ricoperti da un velo bianco, correvano veloci per la stanza.

Alcuni manipolavano farina e acqua formando una pallottola a chiamata impasto lasciandola riposare. Le aggiungevano sale e dopo averla appiattita con un mattarello la dividevano in tante strisce arrotolate su se stesse, che una volta lievitate erano poste nel mezzo del gruppo delle fiammelle chiacchierine. Per magia, ne uscivano completamente diverse, non più morbide e bianche ma croccanti e dorate con un invitante profumo.

Le nuove amiche mi spiegarono che lavoravano presso un panettiere e che quelle piccole magie non erano altro che pane, un alimento molto amato dagli umani.

Le lavoratrici, erano orgogliose del loro impegno, anche se gravoso, dovevano sudare molto per mantenere il forno alla temperatura di duecento gradi.

Uauh! Ero allibita non avevo mai visto nessuno lavorare così, il forno era sempre caldo e gli umani lavoravano tutta la notte senza posa. Le mie amiche erano stanche ma felici.

Forse c’era un posto anche per me, forse potevo rimanere con loro.

Mentre mi apprestavo a chiederglielo, un lungo bastoncino di legno mi raccolse dal forno e mi trovai a bruciare sulla punta di un cartoccio di erbe secche.

Un uomo aspirava dal cartoccio.

Ne usciva un odore acre e un ricciolo di fumo si alzava nell’aria, poi sentii una voce: “Mario torna dentro, smettila di fumare”.

Mario tirò un’ultima volta dal cartoccio e lo buttò a terra, vidi il suo piede sopra di me e pensai volesse schiacciarmi, poi cambiò idea e corse via sbuffando.

Me ne stavo bruciacchiando a terra, senza idea di cosa avrei potuto fare, quando un gatto rovistando nella spazzatura mi scostò avvicinandomi a un cartoccio di latte ormai vuoto ove ripresi un po’ di vigore.

Sapevo di non poter resistere molto tempo in quelle condizioni.

Nel momento in cui lo pensai un anziano signore, mi raccolse da terra e dopo aver fatto sul marciapiede, un mucchietto con della carta mi posò delicatamente al centro e cominciò a riscaldarsi le mani.

Lo vidi, nel bagliore della mia luce, era molto diverso dai miei vecchi amici umani, aveva la barba lunga, i vestiti logori e sporchi, i suoi denti erano neri.

Sembrava che tutte le sue cose fossero poggiate intorno a se sul selciato, una vecchia coperta, una lanterna spenta, una bottiglia, qualche scatoletta e una borsa di plastica.

In poco tempo altri uomini come lui si avvicinarono e alcuni di loro, dopo essersi scaldati, raccolsero una parte della mia fiamma e accesero altri piccoli fuochi.

La notte prese vita, e alcuni umani ebbero anche la forza di cantare una canzone molto triste:

“amici, donne, lavoro non ne ho, La mia casa è il mondo,

Il mio tetto il cielo blu…”

Le loro voci roche risuonavano nella notte accompagnate dagli ululati dei cani randagi.

Quella notte per la prima volta pensai che non dovevo essere cattiva, se potevo cuocere il pane e riscaldare quei poveretti.

La mia fiamma gli aveva dato la speranza del domani, senza di me sarebbero morti assiderati.

Un po’ rincuorata mi addormentai.

Sognai la mia famiglia, il calore della mia vecchia casa, la sicurezza che fino allora mi aveva dato e quanto tutto ciò mi mancasse.

Quello che in realtà mi mancava, dovevo ammetterlo, era il cucciolo d’uomo, quante giornate avevo passato a osservarlo, e anche se non l’era mai concesso il permesso di starmi accanto, a volte ero riuscita a vederlo da vicino.

I suoi occhi erano limpidi come ruscelli di montagna e rispecchiavano la sua indole buona.

Una massa di capelli biondi gli incorniciava il volto.

Sembrava morbido e indifeso.

Era anche molto buffo, spesso perdeva l’equilibrio, si lasciava rubare i biscotti dal cane o addirittura mordicchiava con lui alcuni giochi di gomma.

Volevo poter giocare anch’io, sembrava divertente, ma mamma non si stancava mai di ripetere: “Non avvicinatevi agli umani, potreste arrecargli gravi danni. Noi fiamme siamo molto utili, ma anche molto pericolose, ricordatevelo sempre bambine mie!”.

Solo adesso, comprendevo a pieno il significato di quelle parole.

Il sole stava sorgendo e gli umani incominciavano a svegliarsi e a raccogliere le loro povere cose per andarsene.

Fui presa dal panico, cosa sarebbe successo?

Mi avrebbero spento?

Sentii un leggero soffio che mi fece rabbrividire, mi voltai e riconobbi il mio amico venticello.

Lui mi sorrise e disse raccogliendomi da terra: “Nuovamente nei guai, bella mia? Meno male che sono ripassato di qui, dai, vieni con me”. Dall’ultima volta che lo avevo visto, era cambiato, le sue braccia erano più potenti la sua velocità aumentata.

Era un gran bel vento.

Mi lasciai cullare dormicchiando per un po’, mi sentivo sicura e protetta.

Quando mi fui completamente ripresa dalla paura della mattina, gli chiesi, dove fosse diretto e lui rispose: “A nord a sud a est a ovest, in ogni luogo dove ci sia bisogno di me, vorrei vedere il mondo, lambire la sabbia del deserto, tuffarmi nel mare. Mi hanno raccontato che esistono delle pale che posso far girare per creare energia elettrica, di un tunnel che porta il mio nome, dove posso misurare la mia forza. Vi sono navi che posso spingere a mio piacimento gonfiando le loro vele, animali che volano sfruttando le mie correnti. Insomma ci sono tante cose da vedere prima di fermarsi in un posto.”

S’interruppe un attimo pensieroso, poi riprese: “Lo so che siamo molto diversi, ma vorrei che tu, se ti fa piacere, venissi con me. Non preoccuparti avrei cura di te, non ti lascerei spegnere e quando saremo vecchi e stanchi, potremo tornare quaggiù a riposarci. Cosa ne pensi piccolina?”

Avevo sempre pensato che tutta la mia vita sarebbe trascorsa nel braciere degli umani, attorniata dalle mie sorelle, senza grandi emozioni, in assoluta tranquillità.

Sentii la mia voce rispondere: “Mi piacerebbe molto venire con te, ma sei sicuro che una coppia come la nostra potrà sopravvivere insieme?”

Il vento sorrise e mi accarezzo le spalle. “Certo”, disse, “con me sarai al sicuro”.

Delicatamente mi raccolse da terra.

Così incominciò il nostro viaggio.

Alcuni giorni volavamo ininterrottamente, sorvolando città e pianure, monti e vallate, altri quando avvistavamo qualcosa d’interessante ci nascondevamo in un anfratto, e restavamo a osservarne ogni movimento, avidi di novità su cui discutere.

Il vento, aveva preso l’abitudine di arrotolarsi intorno a me perché niente e nessuno potesse infastidirmi, ed io nelle giornate più umide e fredde cercavo di riscaldarlo.

La nostra, divenne una grande amicizia, e col passare del tempo dimenticammo di essere così diversi, e ci abituammo a non dare peso agli sguardi di disapprovazione che ci lanciavano gli altri venti o le fiamme libere incontrate nel nostro cammino.

Il nostro viaggio non fu facile, nel nostro peregrinare da un luogo all’altro ci trovammo ad affondare problemi inimmaginabili per noi, giovani e inesperti.

Una sera giocando a nascondino tra le nuvole ci avvicinammo troppo a un cumulo di pioggia e solo per la prontezza di riflessi del mio amico non mi spensi.

Un’altra volta, ad alta quota, il vento si addormentò su di un crostone gelato e ci volle tutta la mia forza per riscaldarlo e non permettergli di congelarsi.

Nel nostro peregrinare incontrammo uomini di ogni specie e colore, diversi nell’abito e nell’indole.

Umani cacciatori e cacciati, costretti a vivere in pochi metri quadri o in spazi sconfinati, che si spostavano usando animali o mezzi meccanici.

Incontrammo anche umani che chiusi in una scatola volante attraversavano i cieli.

Quella volta ci fermammo parecchio, riposandoci e facendoci trasportare a zonzo dalla macchina degli umani.

Visitammo zone aride e inospitali ove la terra era talmente secca da fendersi e screpolarsi, ci sedemmo sulle fronde di alberi secolari e finalmente arrivammo a una distesa sconfinata di piccole goccioline che tenendosi per mano formavano il mare.

Che distesa meravigliosa, morbida e spumeggiante.

I miei occhi e la mia mente erano felici di incamerare nella memoria tutte queste magnificenze del creato, ma in un cantuccio del mio cuore ben nascosto agli sguardi degli altri, covava un’immensa tristezza.

La mancanza del cucciolo umano e il pensiero di quale fosse stata la sua sorte mi attanagliavano ogni notte, quando il buio mi avvolgeva e tutte le creature avevano il loro meritato riposo.

Un mattino d’estate, erano ormai trascorsi molti anni dalla nostra partenza eravamo adagiati su di un prato, io me ne stavo su di un sasso e il mio amico giochicchiava un po’ più in la…

Il silenzio era assoluto, solo i grilli cantavano la loro serenata, quando a un tratto sentii un suono stridulo e acuto.

Anche il vento si destò dal suo torpore e raccogliendomi in fretta e furia si diresse verso quel rumore.

In un attimo tute le mie certezze vacillarono, dall’alto nascosti dietro le fronde di un pino potevano vedere una miriade di umani vestiti di rosso affaccendarsi intorno a dei bocchettoni cromati che luccicavano al sole.

Di colpo il mio passato ritornò a punzecchiarmi, vidi la scena della mia casa in fiamme, pensai alle mie povere sorelle e scoppiai in un pianto dirotto.

Il vento si spaventò e si diede un gran da fare per asciugare immediatamente le lacrime che avrebbero potuto spegnermi.

A me non importava, mi sentivo molto sola e triste, volevo a tutti costi tornare al mio vecchio braciere, sapere cos’era veramente successo la notte che me ne andai.

Guardai il vento e per la prima volta dopo tutto il tempo passato al suo fianco, mi resi conto di non sapere nulla di lui, non gli avevo mai posto domande sulla sua origine né lui me ne aveva mai parlato.

Ne restai sconvolta, come avevo potuto essere così superficiale da non averglielo mai chiesto, lo osservai con occhi diversi, non era più il giovane venticello che avevo conosciuto.

Ora le sue braccia erano più deboli, il suo soffio a volte era affannoso e a volte tossiva.

Mai in nessuna occasione si era lamentato del mio peso, o parlato di cosa si era precluso decidendo di vivere con me.

Mi avvicinai a lui e presa da un’immensa dolcezza lo strinsi forte.

“Chi sei veramente?“ Gli chiesi.

Il vento si girò di scatto verso di me, mi baciò la fronte e disse: “Chi vorresti che fossi ?”

Sorpresa risposi: “Non posso decidere io, non si può scegliere un nome o un’origine, ti è data e non si può variare”.

“ Non è vero “, rispose.

“Ognuno di noi può crearsi un destino e può scegliere la sua vita autonomamente, ora che mi conosci a fondo e puoi giudicare le mie azioni vorrei che fossi tu a dirmi chi sono. Ho aspettato tanto tempo perché me lo chiedessi e sono certo che nel tuo intimo hai un nome per me.”

Protestai, ma sapevo che aveva ragione.

Ogni qual volta avevo pensato a lui, avevo pensato a un essere buono e delicato con cui dividere tutta la mia esistenza e le mie avventure così lo chiamai Certezza.

Certezza sorrise del suo nome e lo accettò di buon grado, sapeva che gli era stato dato col cuore.

Disse: “Il mio vero nome è Tornado, io sono il caos e la distruzione. Questo nome non mi è mai piaciuto e così l’ho tenuto nascosto per paura che conoscendolo non mi avresti più voluto bene.”.

Ridemmo forte, una risata liberatoria di chi sa che qualsiasi cosa possa accadere avrà sempre al suo fianco qualcuno che si prenderà cura di lui.

Lentamente, ormai certi di aver trovato un compagno, senza quel senso di solitudine che ci aveva pervaso per così tanti anni ci avviammo verso la vecchia casa.

La riconobbi da lontano.

Era bellissima.

Svettava con i suoi mattoni rossi nel mezzo della vegetazione rigogliosa.

Dal camino fuoriusciva un lievissimo filo di fumo.

Ci avvicinammo furtivi e mi calai pian piano giù dal camino.

Non mi sentivo a mio agio nel braciere, mi guardavo intorno nella spasmodica ricerca di qualche elemento che mi ricordasse la vecchia casa natia.

Ma a nulla valevano i miei sforzi.

Niente era rimasto come allora.

Ormai certa che non avrei avuto più nulla da fare in quel posto chiamai disperatamente il vento per andarmene, ma Lui poggiato sul tetto dormicchiava e non sentì.

In quel momento entrò nella camera un uomo canuto e claudicante che portava chiaramente su di se i segni dell’età.

Un bimbetto paffutello trotterellava dietro di lui.

Cercai di riconoscere i tratti del viso, ma non mi ricordavano nulla.

Mi mossi innervosita su dallo stretto camino.

A un tratto fui attratta dalla voce calma del vecchio signore che saliva amplificata dalla tromba del camino.

L’uomo si era seduto su un vecchio divano e preso il bimbo sulle ginocchia, aveva incominciato a descrivergli i pregi e i difetti del fuoco.

Quanto potesse essere d’aiuto e quanto allo stesso tempo lo potesse danneggiare.

Smise un attimo di parlare sorrise e mosse le mani come se volesse accarezzare la fiamma che ardeva nel braciere.

Sobbalzai, avevo visto quel gesto molto tempo prima.

Poi con tono infinitamente dolce disse: “Mio Piccolo è ora che ti racconti una favola, la favola di come una lingua di fuoco ha salvato la mia famiglia.”

Il mio cuore ebbe un sussulto, tornai rapidamente nel braciere e guardando negli occhi l’anziano narratore riconobbi il bambino che avevo tanto amato.

In quell’attimo mi sembrò che anche l’uomo mi stesse guardando.

Senza fiato mormorai: “Finalmente a casa”.

Il vecchio mosse la testa in un gesto di sconforto, poi rise e disse tra se e se. Sono proprio un vecchio pazzo per un attimo mi è sembrato di ritornare bambino quando ero convinto che il fuoco mi guardasse.

Scosse nuovamente la testa e rivoltosi al bambino gli chiese, dove fossero arrivati nel racconto.

Il vento dal suo nascondiglio sorrise felice di aver trovato un posto dove vivere con la sua amata.

Al termine del lungo racconto il bambino sorrise al nonno, certo che quella fosse una favola della buona notte.

Ma ben presto avrebbe dovuto ricredersi…

Che ne dici di leggere anche... :-)

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