Bruno Ferrero – La leggenda del pastore cattivo

C’era una volta un pastore che aveva un gran brutto carattere e due cagnacci anche peggiori di lui. Viveva da solo con le sue pecore e i suoi cani, perché anche gli altri pastori lo temevano.

Era un uomo ringhioso e vendicativo, perennemente arrabbiato contro qualcuno o qualcosa. I suoi occhi erano solitamente accesi d’ira e la sua barba incolta e irsuta. Le sue parole erano sempre amare e nessuno lo aveva mai visto sorridere.

I mendicanti che bussavano alla sua porta dovevano scappare di corsa, inseguiti da cani e dalle minacce del pastore.

Quando, nella notte santa, agli altri pastori apparve l’angelo che annunciava la nascita del santo Bambino, il pastore burbero brontolò:

“Uno stupido trucco per i gonzi” e si avvolse con rabbia nel suo mantello, nero come il suo cuore.

Ma proprio quella notte avvenne qualcosa di straordinario.

Uno straniero nella notte

Poco lontano di là, un uomo camminava nella notte per cercare del fuoco.

Bussava a tutte le porte.

“Aiutatemi, brava gente”, diceva, “mia moglie ha appena avuto un bambino e io devo accendere un fuoco per riscaldarli, lei e il piccolo”.

Ma era notte fonda, tutti dormivano e nessuno gli rispondeva. L’uomo cercava e cercava.

Era San Giuseppe.

Il buio lo avvolgeva da tutte le parti, ma ad un tratto vide il bagliore di un fuoco.

Si avvicinò quasi correndo.

Era il fuoco del pastore scontroso e iracondo che faceva la guardia al suo gregge. I cani dormivano accucciati ai suoi piedi e tutt’intorno le pecore dormivano una addossata all’altra.                              

Quando San Giuseppe arrivò, i cani si destarono. Aprirono le fauci per abbaiare, ma non ne uscì nessun suono. Il pastore li incitò ad attaccare l’intruso.

Col pelo ritto e le zanne appuntite che luccicavano ai bagliori del fuoco, i cani si scagliarono su San Giuseppe, ma quando gli arrivarono vicino, come costretti da una mano invisibile, si accucciarono uggiolando ai suoi piedi.

Il pastore sorpreso e contrariato strinse più forte il suo nodoso bastone, poi, con un impulso improvviso lo lanciò con tutta la forza contro lo straniero.

Ma il bastone, arrivato davanti allo straniero, deviò dalla sua traiettoria e sibilando finì lontano nel campo.

Il nuovo arrivato aveva l’aria mite e inoffensiva e si avvicinò al pastore camminando tranquillamente sulle pecore addormentate, sfiorandole appena, senza svegliarle.

“Amico, dammi un po’ di fuoco per scaldare il mio bambino e la sua mamma”, chiese San Giuseppe.

Il pastore stava per rispondere malamente, quando si ricordò che i cani non avevano morso, il bastone non aveva colpito e le pecore non si erano svegliate.

 Un po’ inquieto, non osò rifiutare.

“Prendine quanto ne vuoi!”, fece brusco.

Come una manciata di mele rosse

Non c’erano quasi più fiamme, rami e tizzoni erano completamente consumati.

C’era solo un mucchio di braci e lo straniero non aveva né secchio né pala per portarle via.

Il vecchio pastore se ne accorse e malignamente ripetè:

“Prendine quanto ne vuoi… Se puoi”.

San Giuseppe si chinò, prese con le mani un po’ di braci ardenti, le avvolse in un lembo del suo mantello e, dopo aver ringraziato, se ne andò.

E il fuoco non bruciò né le sue mani né il suo mantello. Se lo portò via come fosse una manciata di mele rosse.

Il pastore era rimasto di sasso.

“Ma che notte è mai questa”, pensava, “che i cani non mordono, i bastoni non colpiscono, le pecore non si spaventano e il fuoco non brucia?”.

Richiamò lo straniero a voce alta: “Che notte è questa? Perché sono tutti buoni?”. 

L’uomo rispose con la sua voce gentile:

“Lo devi capire da solo. Con il cuore. Io non posso dirtelo”.

 Il vecchio pastore decise di non perdere di vista lo straniero e incominciò a seguirlo da lontano.

Così scoprì che quell’uomo non aveva neppure una baracca per ripararsi e che sua moglie e il bambino stavano in una specie di grotta, senza difesa per il freddo.

Quando il pastore vide il bambino, il suo cuore freddo e inacidito si riscaldò un po’. Il buio, cupo e scontroso, che abitava la sua anima improvvisamente cominciò ad illuminarsi.

Aprì la sua bisaccia ed estrasse un vello di pecora, bianco e morbido, e lo porse alla donna perché avvolgesse il bambino.

Poi prese pane e formaggio e li offrì ai due sposi.

In quel momento i suoi occhi si aprirono e vide ciò che prima non aveva potuto vedere e udì ciò che prima non aveva potuto udire.

Allora comprese perché in quella notte di gioia niente e nessuno poteva fare del male.

E gli angeli non erano soltanto intorno a lui ma dappertutto, nella grotta e sulle rocce, nel cielo e sulle colline: avanzavano in processione per contemplare il Divino Bambino.

Dappertutto si respirava felicità, gioia, canti e danze.

E il pastore vide tutto questo in quella notte che gli era sembrata nera e vuota prima che i suoi occhi fossero davvero aperti.

Allora un’ondata di felicità lo travolse e una gioia incontenibile vibrò in tutto il suo essere, fibra per fibra.

Come se tutto in lui si fosse trasformato in una di quelle arpe che suonavano gli angeli.

Si buttò in ginocchio e ringraziò il Signore.

E per la prima volta, i suoi occhi si riempirono di lacrime di felicità.

GUARDA E ASCOLA LA STORIA LETTA DA DON PAOLO ALLIATA

Check Also

Vladimir e Pegaso al Polo

Vladimir e Pegaso al Polo

Il principe siberiano Vladimir volò con Pegaso, il cavallo alato, al Polo Nord. Incontrò la …