Un misterioso tintinnio

C’era una volta, tanti anni fa, un uomo vecchio di nome Giuseppe, chiamato Bepi, che abitava vicino alla scuola di un piccolissimo paese, Quaras. Quaras, un antico villaggio di poco più di trenta abitanti, era situato in mezzo a prati, campi terrazzati e boschi di castagni e faggi.

Nel villaggio c’era anche una piccola scuola elementare frequentata da solo cinque alunni, che in classe stavano molto attenti e una graziosa chiesetta nella quale era affisso un bel quadro raffigurante Maria con in braccio Gesù Bambino. I cinque bambini facevano soltanto dieci minuti di ricreazione e, anche se i minuti erano pochi, non si lamentavano. Preferivano stare in aula a fare lezione piuttosto di rimanere all’aperto a giocare, perché avevano paura di Giuseppe.

Uno di loro raccomandava ai suoi compagni di non avvicinarsi neanche alla casa, perché il nonno gli aveva raccontato che Giuseppe era un uomo strano e cattivo. La gente andava dicendo che tanti anni prima quell’uomo aveva appiccato fuoco alla sua casa e nell’incendio erano morti sua moglie e i suoi due figli piccoli; l’unico figlio rimasto era Martino, che all’epoca aveva vent’anni ed era partito a fare il soldato proprio una settimana prima della tragedia, senza mai sapere ciò che era successo alla sua famiglia. Giuseppe aveva ricostruito la sua casa proprio lì, dietro la scuola. Accanto c’era un castagno secolare con un tronco molto molto grosso, che ogni anno faceva migliaia di ricci e un’infinità di castagne.

Giuseppe, dopo quella sciagura, aveva scavato un buco nel tronco, vi aveva scolpito una piccola statua della Madonna e ci aveva messo la foto della sua famiglia, poi aveva chiuso il foro con una porticina. Nessun bambino aveva mai osato aprire quella porticina! Giuseppe era taciturno e burbero con tutti, solitario e molto povero. Aveva i capelli bianchi, corti e lisci e il viso scavato da tante rughe. Era magro e un po’ ricurvo per la vecchiaia, aveva 71 anni e camminava lentamente appoggiandosi al suo bastone. Di solito portava in testa un cappello grigio di lana cotta, indossava una camiciona a quadri rossi, grigi e neri, pantaloni di velluto blu e calzava consumati scarponi di cuoio. Faceva il pastore.

In primavera, in estate e in autunno custodiva un gregge di duemila pecore, alcuni asini e due cani di proprietà di un pastore del Lazio. Le pecore erano ricoperte da un manto di lana folto, molto soffice e candido. Un giorno di inizio autunno, mentre Giuseppe andava con le pecore alla ricerca di verdi prati, ne vide uno grande e decise di far pascolare lì i suoi animali. Al tramonto il pastore, con l’aiuto dei cani, radunò tutte le pecore in mezzo al prato, ma si accorse che ne mancava una. Preoccupato, lasciò il gregge in custodia ai suoi fedeli cani e andò a cercarla per tutta la notte nel bosco. Poco prima dell’alba sentì un lamento, uno strano belato che proveniva da una grotta. Si avvicinò e trovò la sua pecora ferita: era stata aggredita da un lupo.

Il pastore se la caricò sulle spalle e la portò nel prato insieme a tutte le altre. Era tanto felice di averla trovata perché le pecore erano la sua famiglia. La curò come sapeva fare e la pecora lo ringraziò con un tenue belato. Giuseppe sembrava cattivo, ma nel suo cuore c’era generosità. In dicembre le pecore venivano ricondotte nel Lazio e restituite al loro pastore e Giuseppe tornava al suo villaggio dove trascorreva l’inverno. Raccoglieva le ultime castagne rimaste ai piedi del vecchio albero e ogni sera ne cuoceva alcune. Poi ammucchiava i tanti ricci, ormai secchi, in cantina e li usava come legna per scaldarsi. Quando arrivava la Vigilia di Natale a Quaras tutti festeggiavano. Tornavano parenti da lontano e verso mezzanotte si radunavano davanti alla chiesetta per scambiarsi gli auguri. Ma Giuseppe restava chiuso in casa in attesa del ritorno del suo unico figlio.

Non gli piaceva affatto il Natale perché tanti tanti anni prima aveva perso la sua famiglia proprio quel giorno. Ogni Natale Giuseppe apriva la porticina del grande castagno e, guardando la foto della sua famiglia, piangeva. Pregava la sua Madonnina e intanto ricordava… Era la vigilia di Natale ed egli, che a quel tempo faceva il falegname, era uscito per andare in chiesa a finire il presepe con i suoi paesani. A un certo punto sentì delle urla: «Al fuoco! Al fuoco!» Egli uscì immediatamente e vide la sua casa bruciare. Disperato, corse più veloce che poteva e, aiutato da tutti, cominciò a spegnere il fuoco. Estinte le fiamme, pieno d’angoscia, entrò in casa con la speranza di salvare la moglie Letizia e i due figli Antonio e Geltrude; invece, purtroppo, li trovò già morti.

Lì accanto vide, rovesciata a terra, la lanterna che sicuramente aveva causato l’incendio. Al dolore per la sciagura si aggiunse quello di non poter avvertire il figlio Martino… e l’accusa dei suoi compaesani” Ecco ora, di nuovo, un’altra vigilia di Natale. Giuseppe era solo in casa. Le ore passavano e si avvicinava la mezzanotte. Giuseppe ascoltava l’allegria della gente, il suono delle campane che invitavano alla messa e si sentiva ancor più triste e solo. All’improvviso udì un lieve tintinnio che proveniva dalla chiesa. Era lo stesso che egli suonava ogni sera al suo bambino per addormentarlo. Decise allora di uscire a vedere cosa fosse. Si fermò davanti alla chiesa, dove trovò tantissime persone e anche Mario, il suo amico d’infanzia. «Bepi! è da tantissimo che non ti vedo!

Non ti avevo riconosciuto subito. Come va? Vieni, vieni a casa mia a bere qualcosa. Dobbiamo festeggiare!» disse incredulo Mario appena lo vide. Giuseppe lo salutò con una stretta di mano, senza dire nulla. Voleva risentire quel tintinnio. Era assorto nei suoi pensieri. «Chissà se c’è davvero…» pensava. In silenzio seguì il suo amico, ma ad un tratto il vecchio alzò gli occhi al cielo e vide una pioggia di stelle cadenti proprio in direzione della sua abitazione. Allora salutò l’amico e, turbato, disse: «Grazie per il tuo invito, ma ora devo tornare a casa mia, grazie Mario e buon Natale!»

Mario rimase senza parole. Intanto Giuseppe, con grande agitazione, raggiunse casa sua. Era sbalordito per quello che vedeva scendere dal cielo e posarsi sopra il suo vecchio castagno. Davanti alla porta d’entrata gli sembrò persino di vedere un angelo… La porta era socchiusa. Giuseppe la spinse ed entrò con coraggio e intanto pensava: «Ma che cosa mi sta succedendo?» In piedi, davanti a lui, uno sconosciuto. «Chi sei? Cosa fai nella mia casa? Fuori!» gridò arrabbiato il vecchio alzando il bastone. Lo sconosciuto, intimorito, rispose: «Signore, le chiedo scusa. Mi ascolti. Sto cercando la mia famiglia e qui, una volta, c’era la mia casa. Purtroppo sono rimasto lontano a causa della guerra per più di vent’anni». Giuseppe lo osservò attentamente, lo guardò in viso e riconobbe la cicatrice sul mento: gliel’aveva procurata Red, il loro cane, quand’era piccolo…

Non aveva dubbi: era suo figlio! «Martino! Ora ti riconosco! Abbracciami, ti prego!» esclamò il vecchio. «Padre, è da più di vent’anni che non ci vediamo: non mi sembra vero! Dove sono la mamma e i miei fratelli?» «Caro figliolo, mi dispiace dirtelo, ma tua madre e i tuoi fratelli sono morti tanti anni fa a causa di un incendio…» disse il vecchio commosso. «Ma come, quando?» «Proprio la notte del primo Natale in cui eri via» rispose in lacrime Giuseppe. «Ma questo ora è per me il Natale più felice della vita!» Mentre padre e figlio si stringevano in un caldo abbraccio natalizio, i paesani, accompagnati da Mario, si dirigevano verso la casa di Giuseppe cantando Nella notte Santa.

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