Il riposo delle stelle

Era una notte di dicembre, fredda e gelata, senza nemmeno una nuvola e, in cielo, la luna e le mille e più stelle che brillavano illuminando case e strade, tennero consiglio.

Presero posto attorno ad un tavolo formato da una cometa sorretta da una nuvola rosa, e decisero che, dopo aver illuminato per un intero anno, notte dopo notte, il cammino degli uomini, quella sera avrebbero riposato: niente luce, niente tremolii e luccichii, solo buio.

-Per una notte, si arrangeranno-, disse Sirio, che si sentiva molto più stanca delle altre perché era sempre la prima a comparire nella volta stellata.

-Ma certo!-, le fece eco la Luna, stropicciandosi gli occhi che le bruciavano per la mancanza di sonno e accarezzandosi la gobba che le faceva un po’ male per essere stata in piedi a lungo.

-Sicuramente!-, dissero le stelle dell’Orsa Minore che non vedevano l’ora di rannicchiarsi sotto la coperta fatta di polvere della via Lattea, sprofondando in un pisolino ristoratore abbracciate strette le une alle altre.

E così, ad una ad una, cominciando dalla Luna fino alla stella più piccola, quella che aveva appena qualche milione di anni, indossarono i loro pigiamini di nuvole e i loro cappellini ritagliati da un pezzetto di cielo e rifiniti da un pon-pon di neve e brina, si sdraiarono lungo la volta celeste e chiusero gli occhi. Immediatamente, sulla terra calò il buio, un buio fitto fitto che non faceva distinguere nulla.

Chiusi nelle loro stanze con finestre oscurate da tende spesse e doppie, grandi scienziati con la barba bianca, famosi esperti con gli occhiali cerchiati d’oro, illustri studiosi con lunghe toghe scure aprirono i loro libri, provarono a cercare tra vecchie carte e pergamene dipinte il significato nascosto e oscuro di un buio così fitto e improvviso, sicuri che soltanto loro sarebbero venuti a capo di un così grande mistero. E intanto il buio si infittiva.

Ma anche tra le stelle, come accade sulla terra fra gli uomini, ci sono quelle disubbidienti, quelle che vogliono fare a modo loro.

Lucilla, così si chiamava, non aveva né sonno né voglia di andare sotto le coperte di brina e ghiaccio e allora, in silenzio, si affacciò sulla terra e in cielo comparve un puntino minuscolo, piccolissimo e lontano.

Ma scienziati e studiosi erano ancora troppo impegnati a leggere formule strane, a consultare libroni grandi e impolverati per accorgersi di una piccola stella disubbidiente, che, invece, sempre più curiosa, decise di scendere un po’ più giù, verso la terra.

Utilizzando la lunghissima scala che si allungava nella volta celeste, scese un piolo alla volta e, ad ogni scalino, la luce sulla terra aumentava, da debole diventava più decisa e più forte, ma scienziati e studiosi, chiusi sempre nelle loro stanze, non si accorgevano ancora di nulla.

Si fermò, indecisa, sull’ultimo scalino; stava per tornare indietro, quando, girandosi, si accorse di una grotta, piccola e buia, da dove le parve di sentire come il pianto di un bimbo appena nato. Tese le orecchie fatte di brina e ghiaccio, chiedendosi cosa mai facesse bambino in una grotta al buio e in una notte gelata come quella. Pensò di essersi sbagliata, e si avvicinò, mentre il pianto si faceva più forte.

Curiosa com’era, entrò per guardare meglio prima di riprendere la salita faticosa sulla scala fatta di stelle.

All’improvviso, il pianto cessò e la grotta si illuminò di un bagliore fortissimo, accecante, come quello della stella Lucilla e di mille e mille altre messe insieme: un fulgore talmente potente nel pieno del freddo del mese di dicembre da stupire e meravigliare nella notte gelata non soltanto scienziati e illustri studiosi, ma anche tutti gli uomini.

Nel pieno della notte era apparsa una luce tanto forte da illuminare il mondo intero e tanto potente da cambiare il buio assoluto di una notte scura in un giorno pieno di luminosità e calore.

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