La bottega dal falegname di Nazaret

Il monaco Teodoro aveva dei bravi discepoli. Ogni giorno, all’ombra delle palme, offriva lezioni di vita ai suoi alunni. Notava però che qualcuno tra loro aveva l’aria e il comportamento da… saputello e voleva primeggiare sempre. Inoltre, un po’ di invidia e gelosia rovinava l’ambiente di serenità che il maestro tentava di creare nel gruppo. Fu così che un giorno, Teodoro raccontò loro la storia di Jacob, l’artigiano di Nazaret.

La piccola falegnameria di Jacob era sempre ordinata e pulita, nonostante l’abbondanza di lavoretti che doveva realizzare ogni giorno. Ogni sera, finito il lavoro, Jacob metteva tutti gli attrezzi a posto, spegneva il lumicino, chiudeva la porta e si ritirava con la sua bella famiglia. Ma in quel momento, tutti gli arnesi si mettevano a litigare tra loro: ognuno riteneva di essere il preferito del maestro e ciascuno credeva di essere il più importante nella bottega del falegname. «Io sono il più necessario – diceva il martello –. Il maestro non può fare a meno di me. Vedrete, domani mi prenderà in mano per primo e voi, senza di me, non potete far nulla».

Il martello continuava a martellare le sue idee e sentimenti, disprezzando tutti gli altri. E prendeva in giro la raspa: «Tu non fai altro che graffiare tutto», gli diceva. La pialla poi non serviva a niente. Era solo capace di fare il solletico al legno, farlo soffrire e produrre riccioletti inutili, che cadevano a terra. Le martellate di parole proseguivano: «E voi, chiodi, non fate altro che pizzicare e pungere. E tu, colla, sei così appiccicosa e noiosa: quando ti attacchi non lasci mai libera la tua preda. E tu, metro, sei proprio pedante: vivi misurando tutto e non cedi nemmeno di un centimetro. Sei troppo perfezionista, rigoroso e pignolo».

Ovviamente tutti gli strumenti si difendevano, accusando il martello di essere superbo, arrogante e anche violento: «Sai solo picchiare, martellare e far rumore… – gli gridavano –. Ma cosa puoi fare tu senza di noi?». L’unico strumento a tacere e ascoltare era la sega. Guardava tutti, commiserandoli, e sorrideva, appoggiata a una bella asse di legno. Al mattino presto, mentre stavano ancora litigando, sentirono dei passi. Era Jacob. Tutti ripresero veloci il proprio posto, chiedendosi chi sarebbe stato lo strumento scelto per primo. La mattinata era gelida, e il maestro volle accendere il fuoco per scaldarsi.

Raccolse tutti i pezzi di legname abbandonati per terra e la segatura, e accese il fuoco. Aggiunse al fuoco i resti di legname e tutto ciò che era stato scartato, per creare fiamme vivaci e riscaldare l’ambiente. «Non ci ha nemmeno salutati! Ha guardato subito agli scarti e ai pezzi di legno inutili e inutilizzabili», mormorò il martello. Jacob aveva già indossato il grembiule di pelle di capra e si mise a lavorare. Si chinò e prese una bella tavola, quella tavola di legno che era rimasta silenziosa in un angolo.

«Ecco il primo strumento preferito – pensò il chiodo –, poi sicuramente avrà bisogno di me». Jacob impugnò invece la sega, sempre disponibile e rispettosa dei tempi del falegname. Jacob tagliò il legno e le assi, secondo il suo progetto. Poi col metro misurò bene tutto. Preparò quindi la colla. Iniziò a piallare il legno e renderlo bello. Con la raspa levigò bene ogni angolo, dando bellezza alla sua opera. Incollò tutto e scelse i chiodi giusti per rafforzare gli incastri. Per ultimo, prese il martello per terminare l’opera.

Alla fine contemplò soddisfatto il suo lavoro: una culla per una nuova vita che stava per arrivare. Rimise a posto tutti gli arnesi ringraziando ciascuno. Capirono tutti che per il maestro falegname non c’è né primo né ultimo, né meno importante né più importante. Ogni strumento fa la sua parte e tutti insieme creano arte e bellezza. «Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti – concluse il monaco Teodoro –. Stimatevi a vicenda e godete quando vedete bei talenti negli altri. La vita è come un vaso invisibile e tu sei ciò che vi getti dentro. Se vi metti invidia, gelosia, insoddisfazione, cattiveria… raccoglierai tristezza e rabbia.

Se vi getti gentilezza, empatia e bontà, raccoglierai serenità e amore».

Fonte: La rivista PM il Piccolo Missionario

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