Site icon Sogni d'Oro

I tre talismani

Quando i polli ebbero i denti e la neve cadde nera (bimbi state bene attenti) c’era allora, c’era… c’era…

… un vecchio contadino che aveva tre figliuoli. Quan­do sentì vicina l’ora della morte li chiamò attorno al letto per l’estremo saluto.

Il buon padre spirò poco dopo: e i tre figli presero piangendo il loro talismano e si separarono.

Cassandrino giunse in città, comperò un palazzo me­raviglioso, abiti gioielli, cavalli e prese a condurre la vita del gran signore. Tutti lo dicevano un principe in esilio ed egli stesso cominciò a crederlo; tanto che gli venne il desiderio di far visita al Re. Si vestì degli abiti e dei gioielli più sfolgoranti e si presentò a palazzo.

Una guardia gli fermò il passo.

La guardia s’inchinò fino a terra e Cassandrino passò innanzi: alla porta reale quattro alabardieri gli fermaro­no il passo.

Cassandrino offrì cento scudi ad ogni alabardiere. Ma questi esitavano.

Gli alabardieri, vinti dall’oro, cedettero il passo. Cas­sandrino diventò amico del Re.

Dopo qualche giorno in tutta la Corte si parlava mera­vigliati della sua generosità favolosa. Ovunque egli pas­sava distribuiva mance di cento scudi, e servi, cuochi, fantesche, fanti, valletti, s’inchinavano esultanti. La ca­meriera della principessa, figlia unica del Re, più bene­ficata di tutti e più scaltra degli altri, cominciò a sospet­tare qualche magia nel principe generoso e ne parlò alla sua padrona, una sera, togliendole le calze.

Così fu fatto. La sera seguente, alle frutta, il principe Cassandrino cominciò ad appisolarsi, poi chinò la testa sulla tovaglia e, fra lo stupore del Re e dei convitati, s’addormentò. Fu portato in una camera del palazzo e di­steso sul letto.

L’ancella, vigilante, gli prese la borsa e la portò alla sua padrona. Poi, di comune intesa, confidarono a quat­tro sgherri il giovine addormentato e lo fecero deporre fuori delle porte, in un campo deserto. All’alba, Cassandrino si svegliò intirizzito e comprese il giuoco che gli era stato fatto.

Giunse dal fratello contadino, che lo accolse a braccia aperte e lo fece sedere presso il focolare, tra la moglie ed i figli.

Il fratello esitava.

Sansonetto diede la tovaglia fatata a Cassandrino, supplicandolo di restituzione sicura. Cassandrino ritornò in città, vestì abiti dimessi, e si presentò a palazzo come cuoco disimpiegato. Il Ministro delle Pietanze lo guardò incredulo e sprezzante e gli assegnò l’ultimo posto nella burocrazia culinaria.

un giorno che il Re dava un pranzo di gala agli amba­sciatori del Sultano, Cassandrino disse al capo dei cuo­chi:

Il capo sghignazzò, sprezzante:

Ma Cassandrino insistette con tanta convinzione che il capo disse:

I cuochi e il loro capo andarono a passeggio, e Cas­sandrino restò nelle cucine. Pochi minuti prima di mez­zogiorno salì nella sala da pranzo e distese la tovaglia miracolosa in un angolo della tavola immensa.

Ed ecco biancheggiare le tovaglie finissime, scintilla­re i cristalli e le argenterie, e profondersi le pietanze più raffinate, i pasticci dall’architettura fantastica, le caccia­gioni prelibate, i pesci rari, i frutti d’oltre mare, i vini delle isole del sole. Giunse l’ora del pranzo e i commen­sali furono entusiasti. Il Re chiamò il capo dei cuochi e volle onorarlo dei suoi complimenti in presenza di tutta la Corte. Il capo, da quel giorno, affidò a Cassandrino la direzione delle cucine, appropriandosi tutti gli elogi.

Cassandrino saliva ogni giorno, solo, nella sala da pranzo, pochi istanti prima del pasto: si chiudeva a chia­ve, e ne usciva quasi subito; le mense reali erano imban­dite.

La servitù cominciava a sospettarlo di stregoneria.

L’ancella della principessa, più scaltra degli altri, lo spiò un giorno dalla toppa e vide l’apparizione improv­visa delle vivande.

Subito confidò la cosa alla padrona.

L’indomani, all’ora di pranzo, Cassandrino distese inutilmente la tovaglia e ripeté invano la formula impe­rativa. Le tavole restavano deserte.

E uscì dal palazzo e ritornò al paese natìo. Si presentò al fratello mercante, che lo abbracciò e gli domandò del­le sue avventure. Cassandrino gli confidò i suoi casi non lieti.

Il mercante esitò; il mantello che rendeva invisibili e aboliva le distanze gli era necessario pel suo commer­cio. Ma Cassandrino tanto supplicò che ottenne il man­tello. Col mantello aperto e sorretto alle estremità dalle braccia tese, giunse in un attimo alla città, salì invisibile le scale del palazzo, s’introdusse nelle stanze della prin­cipessa: questa dormiva e Cassandrino le coprì il volto con un lembo del mantello.

Il mantello li avvolse come in una nube cupa e verti­ginosa e pochi secondi dopo li deponeva in un boschetto di palmizi, nell’isole remote.

La principessa — vedendosi in balia del suo nemico — finse di rassegnarsi all’esilio con lui, ma questo fece per scoprire il segreto della sua potenza; e tanto seppe ingannarlo che gli strappò la confidenza del mantello. Una notte che Cassandrino dormiva col panno prezioso ripiegato sotto la nuca, glielo sottrasse cautamente.

Cassandrino si svegliò mentre il mantello avvolgeva la principessa in una nube cupa e vertiginosa e la rapiva nell’azzurro verso il regno del padre.

Passò molti mesi nell’isola, mantenendosi di frutti. Un giorno, vagando sulla riva del mare, scoperse un albero dai pomi enormi e vermigli. Ne mangiò uno e lo trovò squisito. Ma sentì tosto per tutto il corpo un prurito in­quietante.

Si guardò le mani, le braccia, si specchiò ad una fonte e si vide coperto di squame verdi.

E si palpava la pelle squammosa come quella d’un serpente. Cassandrino fu tentato da altri pomi gialli che crescevano sopra un albero vicino. Ed ecco un nuovo prurito, e le squamme verdi sparire a poco a poco e la pelle ritornargli bianca per tutta le persona. Allora prese ad alternare le due specie di frutti e si divertiva a vedersi imbiancare e rinverdire.

Dopo vari mesi di esilio passò all’orizzonte una fusta di corsari e Cassandrino tanto s’agitò gridando che quelli si appressarono alla spiaggia e l’accolsero sul legno. Ma prima di lasciare l’isola il giovane raccolse tre pomi dell’una e dell’altra pianta e li mise in tasca.

Fu così rimpatriato e ritornò alla città della principes­sa. La domenica seguente si travestì da pellegrino, col­locò un deschetto sui gradini della chiesa dove la figlia del Re si recava alla messa e vi pose sopra i tre pomi bellissimi che facevano inverdire.

La principessa passò, seguita dall’ancella, e si soffer­mò ammirata, ma non riconobbe il falso pellegrino. Si rivolse all’ancella: — Tersilla, andate a comperare quel­le mele.

La donna s’avvicinò al pellegrino:

La donna ritornò dalla sua padrona.

Ed entrarono in chiesa per la messa.

Ma durante la cerimonia la principessa, ginocchioni ai piedi dell’altare, con gli occhi al cielo e le mani con­giunte, non faceva che pensare ai pomi del pellegrino. Appena uscita si fermò ancora ad ammirarli, poi disse all’ancella: — Andate a comperare quei frutti per trecen­to scudi: mi rifarò con la borsa miracolosa.

La donna s’avvicinò e parlò col pellegrino.

e fece la compera. A mensa i pomi furono presentati so­pra un vassoio d’oro e formarono l’ammirazione di tutti. Alle frutta il Re ne prese uno per sé, ne diede uno alla Regina e uno alla principessa e furono trovati deliziosi. Ma i mangiatori non erano giunti a metà che comincia­rono a guardarsi irrequieti l’un l’altro e si videro inverdi­re e coprirsi di squamme serpentine. Avvenne una scena di disperazione e di terrore.

I Reali vennero trasportati nelle loro stanze e la no­vella terribile si diffuse in tutto il regno.

Furono consultati invano i medici più famosi. Allora si pubblicò un bando: chiunque facesse scomparire la pelle verde alla famiglia reale otteneva la mano della principessa o, se ammogliato, la metà del regno.

Cassandrino lasciò sfollare i medici, i chirurghi, le sortiere, i negromanti, e si presentò dopo qualche giorno a palazzo reale.

Fu ammesso nella stanza degli ammalati.

Cassandrino fece denudare il Re fino alla cintola; poi trasse da una cesta un fascio d’ortiche e con le mani in­guantate cominciò a flagellare le spalle reali.

Poi passò alla Regina e ripeté sulle spalle di lei la stessa funzione.

Quando i due Sovrani furono deposti sul letto, semi­vivi, Cassandrino porse loro i frutti delle isole lontane.

Ed ecco i volti imbiancarsi a poco a poco, le squam­me diradarsi, svanire del tutto.

I Reali erano esultanti.

Venne la volta della principessa.

Cassandrino volle restar solo con lei, e si chiuse a chiave nella sua stanza.

Giunsero tosto le urla e i gemiti strazianti. La cura in­cominciava.

La cura proseguiva.

Dopo un’ora Cassandrino uscì dalla sua stanza, la­sciando la principessa semiviva.

Cassandrino andò a trovare un abate, amico suo, e gli disse:

L’abate promise di trovarvisi.

Il giorno dopo Cassandrino si presentò a palazzo: — Sacra Corona, oggi farò l’ultimo trattamento della prin­cipessa, ma siccome potrebbe soccombere…

Poi salì dalla principessa: — Oggi vi sottoporrò all’ul­timo trattamento, e poiché potrebbe essere fatale, hanno avvisato un abate per la tranquillità della vostra coscien­za.

La principessa aveva gli occhi fissi dallo spavento. Sopraggiunse l’abate che fu lasciato solo con l’ammalata e Cassandrino attese in un gabinetto attiguo.

Quando il confessore uscì dalla stanza, Cassandrino disse: — Amico mio, favoriscimi alcuni istanti la tua ve­ste.

La principessa allibiva, singhiozzando.

La principessa indicò col gesto stanco uno stipo d’ar­gento: e Cassandrino prese la borsa.

E Cassandrino prese il mantello.

La principessa addentò il frutto e subito le squamme verdi si diradarono lentamente e scomparvero del tutto. Allora Cassandrino si tolse la parrucca e la veste.

I Sovrani entrarono nella camera della figlia e il Re, vedendola risanata, abbracciò il medico.

Cassandrino, fattosi invisibile, prese il volo verso il paese natio, restituì ai fratelli i talismani recuperati e, sposata una compaesana, visse beato fra i campi, senza più tentare l’avventura.

Quando in quella che fuggì settimana veritiera si contò tre Giovedì c’era, allora, c’era… c’era…

… un vecchio contadino che viveva in una povera ca­panna. Questo contadino aveva un figliuolo malaticcio, gobbo, distorto; e per colmo d’ironia questo figliuolo si chiamava Fortunato. Sui diciottenni Fortunato decise di lasciare la capanna paterna e di mettersi alla ventura.

Salutò il padre, che lo benedì piangendo; si fabbricò un paio nuovissimo di grucce scolpite e prese la via di levante, attraversò monti e pianure, patì la fame e la sete, in attesa sempre della fortuna. E la fortuna non ve­niva.

Un giorno, sul crepuscolo, s’attardò per un sentiero sconosciuto, in una foresta d’abeti.

Camminava in fretta, per giungere prima di notte a qualche capanna dove riparare, e sentiva il cuore balzar­gli dal terrore alle prime grida degli uccelli notturni, al primo ululato dei lupi.

Ad un tratto, tra la ramaglia e i tronchi diritti, gli par­ve di scorgere un chiarore tremulo: affrettò il passo sulle stampelle, giunse ad una capanna di legno, picchiò fred­doloso.

La porta si aprì: una vecchietta minuscola, curva, ca­nuta, grinzosa, apparve nel vano, al chiarore del focola­re.

Fortunato entrò nel tepore della capanna.

Si sedettero al desco.

La vecchia pose in mezzo un piattello ed una ciotola minuscola, con una briciola e due chicchi di riso. Fortu­nato la guardava stupito.

“Non aveva torto” pensava tra sé “a dirmi che mi ac­contentassi del poco.”

Ma la vecchietta fece un segno imperioso con la mano destra: ed ecco la briciola crescere, crescere, pren­dere la forma d’un passero, d’un colombo, d’un pollo, d’un tacchino arrostito, dagli appetitosi riflessi d’oro. Ed ecco la ciotola crescere, convertirsi in una zuppiera ele­gante, dove fumigava una minestra dal soave profumo. Fortunato credeva di sognare.

Mangiò con appetito, meravigliato di sentire sotto i denti quei cibi creati dall’arte magica. E guardava di sot­tecchi l’ospite misteriosa.

Dopo cena la vecchietta fece sedere Fortunato presso gli alari, sotto la cappa del camino, e gli si accoccolò di contro.

Fortunato le disse delle sue vicende e del suo vano pellegrinare in cerca di fortuna.

All’alba del domani la vecchietta accompagnò Fortu­nato attraverso i boschi, si fermò ad un crocevia, e gli indicò la strada da scegliere.

Fortunato prese la pietra, ringraziò la vecchia e prose­guì la strada sulle sue stampelle. Verso sera si sentì chia­mare alle spalle:

Non ricordò l’avvertimento della vecchia e si voltò. Ed eccolo ricondotto d’improvviso al punto donde era partito.

Si voltò impietosito, ed eccolo ricondotto al punto di partenza. Ebbe un moto d’ira, poi riprese pazientemente il cammino sulle sue stampelle.

Camminò due giorni: al tramonto del secondo giorno sentì un fragore d’armi, uno scalpitìo di cavalli; si voltò impaurito ed eccolo ricondotto al crocevia di partenza.

— Sono inganni che mi tende il negromante; ma sa­prò come fare.

E si turò le orecchie con batuffoli di stoppa e proseguì tranquillo la strada, sordo ai richiami. Dopo tre giorni giunse al castello disabitato. Attese lo scoccare delle do­dici e picchiò con la pietra. La porta immensa, scolpita a disegni favolosi, s’aprì per incanto.

Fortunato indietreggiò, inorridito. Aveva innanzi un cortile pieno di salamandre gigantesche, di rospi, di vi­pere, di scorpioni colossali. Ma tutti dormivano e Fortu­nato si fece animo, passò con le stampelle tra i dorsi vi­scidi, le code, le corazze, i tentacoli inerti. Attraversò cortili, androni, corridoi, giunse ad una sala tutta coperta di monete d’argento: si chinò e se ne empì le tasche. Giunse ad una seconda sala piena di monete d’oro: si chinò, gettò le monete d’argento e raccolse le monete d’oro. Giunse ad una terza sala, ingombra di alte pirami­di di gemme: vuotò le tasche dell’oro e le empì di bril­lanti. Attraversò altri cortili, altri corridoi, giunse in un’ultima sala immensa ed oscura.

Il negromante decrepito, dalla barba lunga e candida, dormiva in piedi, recando nella mano protesa il cero verde.

Fortunato lo guardava stupito, guardava stupito le mille cose del laboratorio diabolico. Poi si sovvenne del tempo che passava, tolse il cero di mano al negromante,

ritornò indietro di corsa, si smarrì pei corridoi… Il tocco doveva essere imminente e s’egli non usciva prima, era perduto… Ritrovò finalmente le sale dei diamanti, dell’o­ro, dell’argento, attraversò il cortile delle belve addor­mentate, passò colle sue stampelle tra i dorsi e le code viscide, raggiunse la porta immensa. I battenti si rin­chiusero alle sue spalle, con fragore sordo.

Il tocco suonò nell’istante.

Un clamore spaventoso s’alzò dietro le mura del ca­stello: gracidii, urla roche e furenti; erano i mostri guar­diani che s’accorgevano del furto. Ma Fortunato era sal­vo.

Subito accese il cero e comandò:

E la gobba disparve e le gambe si raddrizzarono. For­tunato gettò via le grucce, spense il cero, perché consu­mava rapidamente, e si diresse alla città. Giunse in città a notte fatta, scelse un’altura spaziosa e vi comandò un palazzo più bello di quello reale.

All’alba i cittadini guardarono trasecolati l’edificio meraviglioso, le sue torri, le logge, le scalee, i terrazzi, gli orti pensili fioriti in una sola notte. Fortunato stava ad un balcone, vestito da gran signore.

Il Re, ch’era un tiranno malvagio, arse di sdegno e d’invidia per l’ignoto forestiero e gli mandò un valletto intimandogli di recarsi a Corte.

Il Re fece decapitare il valletto che ritornò con tale ri­sposta, e giurò odio eterno al forestiero misterioso.

Fortunato viveva la vita del gran signore, eclissando con lo sfoggio delle vesti, delle cavalcature, dei levrieri la magnificenza della Corte Reale.

Gli bastava accendere pochi secondi il cero verde e subito ogni suo desiderio era appagato. Ma intanto il cero s’accorciava sempre più e Fortunato cominciava ad inquietarsi e a diradare i comandi. E non era felice. Sen­tiva che una cosa gli mancava e non sapeva quale.

Un giorno, cavalcando per la città, vide ad una loggia della reggia la figlia unica del Re. La principessa sem­brava sorridergli benevola, ma era circondata dalle dame e guardata a vista dai paggi e dai cavalieri.

Il giorno dopo Fortunato passò ancora sotto la loggia e rivide la principessa fra le sue donne accennargli un sorriso compiacente.

Fortunato s’innamorò perdutamente di lei. Una sera di plenilunio egli stava sul più alto dei suoi giardini pensi­li, appoggiato ai balaustri che dominavano la città.

E meditò a lungo come esprimere il suo desiderio.

Fortunato attese col cuore che gli palpitava forte…

Ed ecco apparire la figlia del Re, vestita di una tunica bianca e con le chiome scomposte.

La principessa tremava, folle di terrore. Si era sentita sollevare dal suo letto, trasportare a volo attraverso lo spazio. Fortunato s’inginocchiò, baciandole il lembo del­la tunica.

Dopo quella sera Fortunato faceva convenire sovente sui suoi terrazzi la principessa Nazzarena.

Essa appariva al richiamo dello sposo, non più pallida e tremante, ma sorridendo, improvvisa come un’appari­zione celeste. Passeggiavano sotto i palmizi, fra le rose e i gelsomini, e guardavano la città addormentata. All’al­ba Fortunato comandava al cero verde di trasportare la principessa nelle sue stanze e questa si ritrovava, pochi attimi dopo, nel suo letto d’alabastro. ma un’ancella ma­levola si era accorta di queste assenze notturne e riferì la cosa al Re.

La sera dopo il Re si nascose dietro i cortinaggi, spiando la figlia addormentata.

Ed ecco, verso la mezzanotte, una voce remotissima che dice: — Cero, bel cero, portami Nazzarena!

Ed ecco la figlia farsi invisibile e la finestra aprirsi per incantesimo. Il Re era furente.

E quando all’alba Nazzarena riapparve dormendo nel suo letto, il padre l’afferrò per le trecce d’oro:

Il Re si calmò.

Si consigliò con un negromante.

Questi consultò invano la sua scienza profonda.

Con l’aiuto della fantesca fu appesa alla tunica nottur­na della principessa la borsa forata piena di farina. Al­l’alba il Re armò tutto il suo esercito e con la spada in pugno seguì la sottile traccia candida… E la traccia lo condusse al palazzo del forestiero misterioso.

Irruppe nelle stanze di Fortunato che dormiva. Prima che questi potesse ricorrere al cero salvatore, lo fece le­gare, trasportare al palazzo reale, rinchiudere nei sotter­ranei, per decretarne la pena.

Fu condannato a morte e il giorno del supplizio tutto il popolo s’accalcava sulla gran piazza. Ai balconi del palazzo reale stava tutta la Corte, col Re, la Regina, la principessa pallida e disperata.

Fortunato salì tranquillo il palco del supplizio.

Il carnefice gli disse:

Un valletto ritornò col cofano d’avorio e, fra l’atten­zione di tutto il popolo, Fortunato trasse il cero verde, lo accese mormorando:

Ed ecco la folla, la Corte, il Re, la regina, inabissarsi d’improvviso.

La piazza e le vie della città apparivano coperte di te­ste che stralunavano gli occhi e invocavano aiuto. Fortu­nato distinse fra le innumerevoli teste brune, bionde, calve, canute, la testa coronata del Re che rotava gli oc­chi a destra e a sinistra e ordinava imperiosamente d’es­sere dissepolto. Ma in tutto il regno non era rimasto in piedi un suddito solo!

Fortunato prese Nazzarena al braccio e s’appressò alla testa regale.

Il Re guardò Fortunato con occhi irosi e non fece motto.

Il Re guardò Fortunato, lo vide giovine e bello, pensò che era più potente di lui, e che sarebbe stato un buon successore.

Fortunato comandò al cero il disseppellimento di tutti e tutti risorsero per incanto…

E nel giorno stesso, invece della condanna feroce, fu­rono celebrate le nozze.

 

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