Site icon Sogni d'Oro

Il Re Porcaro

Un Re aveva tre figliuole belle come il sole e ch’egli amava più degli occhi suoi.

Avvenne che il Re, rimasto vedovo, riprese moglie e cominciò per le tre fanciulle una ben triste esistenza. La matrigna era gelosa dell’affetto immenso che il Re por­tava alle figlie e le odiava in segreto. Con mille arti ave­va cercato di farle cadere in disgrazia del padre, ma vi­sto che le calunnie non servivano che a farle amare di più, deliberò di consigliarsi con una fattucchiera.

La strega meditò a lungo, poi disse:

La matrigna ritornò a palazzo e la mattina seguente entrò sorridendo nelle stanze delle tre principesse, men­tre le cameriste ne pettinavano le chiome fluenti.

E preso il pettine dalle mani delle donne, pettinò Doralice.

Pettinò Lionella.

Pettinò Chiaretta.

Salutò le figliastre e uscì con i tre capelli attorti nel dito indice… Attraversò i giardini, i cortili, giunse alle fattorie, entrò nel porcile e con le sue dita inanellate strappò tre setole da tre scrofe grufolanti.

Poi ritornò dalla strega.

La strega pose in un lambicco i tre capelli dorati e le tre setole nere, vi unì il succo di certe erbe misteriose e ne distillò poche gocce verdastre che raccolse in una boccetta.

— Eccovi, Maestà. Le verserete nel bicchiere del Re, all’ora del pranzo. È la fatatura dello scambio; l’effetto sarà immediato.

La Regina si tolse dalla corona la pietra più bella, la regalò alla strega e se ne andò.

II

Alla mensa regale sedevano il Re, la Regina, le tre principesse, cinquecento dame e cinquecento cavalieri.

La Regina versò furtivamente nel calice del Re il fil­tro fatato e attese, ansiosa di vederne l’effetto. Aveva ap­pena bevuto che il Re stralunò gli occhi, come preso da sdegno e da meraviglia, e si alzò accennando verso le fi­glie:

— Che beffa è questa? Chi ha messo tre scrofe al po­sto delle mie figliuole? Che beffa è questa? Via di qui! Via le bestie immonde!

E alzatosi furibondo cominciò a malmenare, a per­cuotere le figlie, a spingerle, a inseguirle attraverso le sale, i giardini, i cortili, fino al porcile dove le rinchiuse.

Dal porcile trasse, invece, le tre scrofe corpulente e prese ad abbracciarle, chiamandole coi nomi delle figlie; poi le condusse a palazzo, le fece salire a mensa, sui seggi delle tre principesse:

E le baciava amorosamente.

Tutta la Corte, seduta a mensa, rideva.

Il Re aggrottò le ciglia.

Allora un cavaliere si alzò:

Il Re, furibondo, lo fece immediatamente tradurre in prigione, nei sotterranei delle torri.

E riprese a baciare le tre bestie che grugnivano.

La Corte rideva.

Un secondo cavaliere si alzò:

Il Re lo fece decapitare all’istante, per lesa maestà. E la Corte non rise più.

Le tre bestie furono vestite con abiti regali, adorne di gioielli, servite da cento cameriste. Il re le voleva vicine sempre, le accompagnava a passeggio, a mensa, a Corte, alle danze, ai ricevimenti. E ovunque le tre scrofe passa­vano, dame e cavalieri facevano ala, piegandosi fin in terra, inchinandole e ossequiandole come principesse del sangue.

Ma tutti soffocavano le risa, mormorando:

— Passa il Re ammattito, passa il Re Porcaro!…

III

Chiaretta, Lionella, Doralice passavano i loro giorni nel porcile, piangendo e invocando pietà. Il Re, che amava occuparsi in persona delle sue fattorie, passava talvolta con la Regina accanto al porcile; e le sue figlie si protendevano piangendo verso il padre che non le ri­conosceva.

Il Re le guardava distratto attraverso le sbarre del por­cile e diceva alla Regina:

La Regina, inquieta, voleva liberarsi delle figliastre definitivamente.

Le tre reginette caddero prive di sensi.

Rinvennero al luccichio di coltellacci enormi. Furono legate mani e piedi ad un bastone; ogni bastone, sorretto ai capi da due bifolchi, prese la via del macello.

Cammin facendo le tre sorelle supplicavano i loro aguzzini.

Esse piangevano, disperate.

Ma quelle tanto piansero e supplicarono che i sei car­nefici s’impietosirono.

Le tre sorelle promisero.

Allora i bifolchi le portarono fino ai confini del re­gno, le slegarono e le abbandonarono al loro destino.

V

Rimaste sole e povere, in paese straniero, le tre prin­cipesse dovettero lavorare per campare la vita. Per loro fortuna avevano imparato fin da bimbe ogni lavoro don­nesco; e sapevano cucire e ricamare a perfezione.

La bellezza misteriosa delle tre ricamatrici faceva correre strane voci nella città, ma esse vivevano quiete e laboriose nella piccola casa modesta. Rimpiangevano talvolta l’affetto del padre e il regno perduto.

Lionella sparecchiava la mensa e diceva:

Doralice rigovernava i piatti e diceva:

Chiaretta scopava e diceva:

E sospiravano.

Picchiava sovente alla porta un vecchio mendicante dalla barba bianca; e sempre le sorelle gli donavano una scodella di minestra.

E una sera si sedettero col vecchio sulla panca della strada e gli confidarono la loro storia.

E trasse fuori dalla bisaccia un libercolo di pergame­na sgualcito e cominciò a sfogliarlo attentamente. L’ave­va trovato anni addietro, nella caverna di un monte, presso lo scheletro d’un eremita.

Per molti giorni le sorelle meditarono le parole del vecchio. E una sera Lionella disse:

Abbracciò le sorelle piangenti e sul fare dell’alba se ne partì.

Passarono i giorni, le settimane, i mesi; e Lionella non ritornava.

Compiva l’anno, il mese, il giorno quando Doralice disse a Chiaretta:

All’alba abbracciò la sorella e se ne partì.

Chiaretta restò sola nella piccola casa deserta. Passò il tempo.

Compiva l’anno, il mese, il giorno e Chiaretta decise di porsi alla ventura.

Cammina, cammina, cammina…

Attraversò fiumi e boschi, monti e pianure, mendi­cando un tozzo di pane ai casolari. Le massaie, sulla so­glia, guardavano stupite quella bella mendica giovinetta.

Ma quelle si stringevano nelle spalle. Nessuna sape­va.

E Chiaretta riprendeva sconfortata il cammino. Una sera si addormentò tra le foglie secche, sotto un casta­gno. All’alba si sentì tirare una ciocca, sulla tempia: si volse e vide una lucertola con due code impigliata nei suoi capelli d’oro.

Chiaretta liberò le zampine dall’intrico dei legami sot­tili.

La lucertola le diede una delle sue due code.

Chiaretta contemplò a lungo il moncherino che s’agi­tava nella sua palma distesa.

E la coda girò nella palma della mano, si tese verso un punto dell’orizzonte come l’ago di una bussola.

Chiaretta prese quella direzione.

Cammina, cammina, cammina, giunse in un paese lontano, fra dirupi spaventosi; e sentì la codina agitarsi nella sua tasca, quasi ad avvisarla. Domandò ad una vecchietta notizie dell’acqua portentosa.

Chiaretta entrò coraggiosa nel giardino fatato, strin­gendo in una mano l’ampolla vuota, nell’altra la codina miracolosa. Il giardino era un laberinto dalle mille stra­de tortuose dove fatto il primo passo si restava smarriti.

Ma chiaretta seguiva ogni movimento della codina oscillante nella palma della sua mano. E gira e rigira, sul tramonto riuscì in una pianura dove in una conca im­mensa si raccoglieva l’acqua meravigliosa.

Attorno alla fontana si vedevano, a perdita d’occhio, statue di marmo candidissimo.

Chiaretta fece per riempire l’ampolla, ma sentì la co­dina agitarsi disperata nell’altra mano, e l’osservò. Il moncherino cominciò a piegarsi a N, poi a O, poi ancora a N, poi prese a parlare con lettere viventi:

Allora Chiaretta appese l’ampolla ad un filo, la calò e l’estrasse ricolma; poi la turò e la pose in tasca. Pensava al ritorno quando riconobbe in una statua la sorella Do- ralice; guardò quella dopo: era Lionella. Prese ad ab­bracciare il freddo marmo, piangendo.

Accostò il moncherino alle statue e quelle rivissero all’istante.

Le tre principesse ripresero la via della patria.

VI

Giunte al regno del padre, le sorelle si travestirono da pellegrine, per non essere riconosciute dalla matrigna che le credeva morte; e col volto coperto d’un velo fitto e il petto adorno di conchiglie e d’amuleti si presentaro­no al palazzo.

Il Re le ricevette nella sala del trono. Accanto a lui se­deva la matrigna e le tre scrofe usurpatrici, vestite di stoffe preziose, adorne d’oro e di gemme.

— Sire! Siamo pellegrine reduci di Terra Santa. Ab­biamo portato dai paesi del Gran Turco un’acqua diletto- sa che vogliamo offrire alla Maestà Vostra.

E Chiaretta trasse fuori l’ampolla, la sturò, la depose ai piedi del trono.

Subito ne balzò fuori l’acqua fatata, fece un inchino e cominciò a salire i gradini del trono danzando e cantan­do al suono di una musica lontana. La sua canzone nar­rava di tre principesse perseguitate dalla matrigna e d’un Re insanito per un filtro malvagio, narrava tutta l’istoria pietosa delle tre giovinette.

La matrigna fece per ghermire e disperdere l’acqua delatrice ma la toccò appena che restò di marmo.

Al Re fu come cadesse dagli occhi una benda; vide le tre bestie immonde sedute sui seggi delle figlie rinnega­te, capì, e scese a braccia aperte stringendo le tre pelle­grine che si erano scoperte il viso.

La Corte acclamava il Re rinsavito e le principesse redivive.

Queste, pietose, vollero ritornare in vita la Regina pietrificata, e cercarono la coda di lucertola, ma la coda non c’era più.

E la matrigna di marmo, col volto furente e le mani protese, fu collocata su un piedistallo, nell’atrio del pa­lazzo, e vi restò nei secoli come statua della malvagità.

Fiaba di Guido Gozzano

https://youtu.be/jbTN_PFA-pc

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