L’husky abbandonato

Un giorno durante una passeggiata in campagna mi ritrovai in un canile, con tantissimi cani. Alla mia vista, si misero tutti ad abbaiare al punto che dovetti tapparmi le orecchie. Provai una gran paura che m’immobilizzò, non sapevo più se andare avanti o tornare indietro. In quell’istante i miei occhi caddero su un cane chiuso in un recinto a parte, a differenza degli altri non abbaiava ma se ne stava tutto solo e abbattuto.

Decisi di avvicinarmi al suo recinto. Appena vicino, il cane, molto simile ad un lupo, iniziò a digrignare i denti: un canino gli mancava, il naso era ferito ma quello che più mi colpi fu il suo sguardo. I suoi occhi di ghiaccio mi gelarono il cuore. Era un bellissimo husky abbandonato. Mi chiedevo con quanta crudeltà avevano potuto fare questo. In quel momento compresi chi erano i “veri” cani. Quel husky continuò ad osservarmi, non digrignava più i denti ma il mio cuore era sempre più gelido per il suo sguardo abbattuto. Non avevo mai avuto l’empatia con un cane ma quel giorno per la prima volta mi sentito in piena sintonia con quell’husky. Guardandomi attorno mi accorsi che i cani avevano smesso di abbaiare come se si fossero abituati alla mia presenza. Feci un ultimo sguardo al husky come per dirgli “addio”, ma lui continuava a fissarmi e sembrava dirmi “non mi lasciare solo”.

Allontanandomi notai che il suo sguardo si faceva sempre più triste. Così mi dovetti fare coraggio per riprendere la strada del ritorno. Ma i suoi occhi oramai mi avevano stregato. La mattina seguente mi sembrava che tutto fosse stato un sogno, ma era realtà. E che brutta realtà aver lasciato solo quel triste husky, mi sentivo “bastardo” come chi lo aveva abbandonato prima di me! Decisi di andarlo a prendere.

Arrivato al canile trovai alcuni volontari. Una di loro mi venne incontro e mi chiese cosa cercassi, le disse che desideravo adottare quell’husky, indicando il suo recinto. La sua risposta fu immediata: “husky!? Non è meglio se prendi un volpino o un cagnolino più piccolo? La mia risposta fu ancora più immediata: “no voglio quell’husky!” Non capivo perché tante storie su quell’husky. Alla fine però mi fu consegnato. Una volontaria lo accompagnò nel giardino di casa mia. Ero felicissimo ma non sapevo come comportarmi. Gli diedi subito un nome: Noè. Noè mi osservava in ogni mia mossa, passo e gesto: se mi avvicinavo troppo digrignava, se gli davo da mangiare prendeva il cibo e scappava via per nasconderlo. Non sapevo come prenderlo. Ero certo però che quell’husky aveva sofferto molto, i segni della sofferenza, dell’abbandono e del canile, erano come congelati nei suoi occhi di ghiaccio. Fu in quel momento che decisi, come studente di psicologia, di rieducare quell’husky alla fiducia e, se ci sarei riuscito un giorno avrei scritto un libro di psicologia. Mi misi subito al lavoro.

Dopo qualche settimana i risultati erano piuttosto scarsi, ma non mi persi d’animo! Due mese dopo, finalmente notavo i primi risultati. Ma un giorno tutto cambiò!
Ero appena uscito nel giardino, con un amico per ripassare la lezione di psicometria, quando vidi che l’husky aveva scavato una buca nel terreno rovinando il prato, cercai di spostarlo per richiudere la buca quando all’improvviso mi diede un morso. Mi ritrovai subito al pronto soccorso per l’antirabbia. Ero davvero arrabbiato, ma soprattutto deluso di quell’husky che non ero riuscito ad educare. Pensai di riconsegnarlo al canile e che la volontaria aveva ragione a propormi un cagnolino più docile. I miei erano solo sogni non poteva pretendere di rieducare un animale abbandonato, forse era questo il motivo per cui lo avevano abbandonato.

Tornato a casa, non riuscii a trovarlo, si era nascosto sotto un albero, scavandosi una buca. Era spaventato, triste, abbandonato a se stesso. Ci guardammo come la prima volta, ma questa volta i nostri sguardi era senza speranza. Entrambi eravamo sfiduciati. Lo lasciai solo nel giardino e rientrai a casa.

La mattina era ancora là. Gli riempii la ciotola di cibo e mi recai all’università. La sera al rientro notai che non aveva toccato cibo e che non si era mosso da quella buca. Così il secondo giorno, il terzo, il quarto e il quinto… senza mangiare e senza bere. Chiesi consiglio al veterinario, il quale mi riferì, con enorme sorpresa, che quell’husky aveva deciso di morire per il morso che mi aveva dato. Non poteva farlo!

Corsi a casa… lo trovai disteso nella buca, sempre più deperito, lo sollevai e lo abbracciai forte, era la prima volta che lo facevo. Il suo sguardo moribondo improvvisamente riprese vita, gli accostai la ciotola del cibo e incominciò a mangiare.
Era salvo!

In quel istante compresi che i metodi della psicologia erano importanti, ma l’amore era più grande… Quel gesto d’amore gli aveva ridato la vita! La mia idea sulla terapia dell’amore ebbe la sua conferma. Quella sera, anche se l’husky non si reggeva ancora in piedi, giocammo tutto il tempo a ricorrerci. Era felice e giocherellone, non l’avevo mai visto così! Lui, in realtà, era proprio così. Erano state le punizioni e i maltrattamenti a renderlo aggressivo e violento, privandolo della fiducia delle persone.

Da quel giorno ogni occasione è buona per giocare, si è perfino inventato il gioco del morso: fa finta di mordermi e poi scappa sotto l’albero fingendo di morire aspettando di essere nuovamente abbracciato. E’ un bravo attore ma soprattutto un ottimo “dottore in psicologia”.

Da alcuni mesi lavora in una clinica per bambini autistici. E mentre i dottori, psicologi e psichiatri non riescono a comunicare con questi bambini, Noè ci riesce alla grande! Con il “dottor” Noè, esperto nella pet-therapy, i bambini autistici comunicano, non sappiamo di cosa ma forse non c’è dato di saperlo: i segreti sono dei bambini e i bambini sono dei segreti!…

Racconto di don Maurizio de Sanctis su FB

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