La scuoletta di montagna

Entro in classe, in quella piccola scuola di montagna con le pareti dipinte di azzurro, con tre aule in tutto, una piccola cucina e un salottino all’ingresso. Una piccola scuola come una casa e una grande casa come adattata a scuola. La scuola dei Puffi, la chiamiamo appunto per le sue pareti azzurre. In classe c’è un telefono grigio, che squilla di tanto in tanto, mentre faccio lezione e rispondo quasi sempre io. A volte è il postino che dice che per via della neve porterà la posta solo due volte nella settimana; a volte è la mamma di un bimbo che mi chiede se posso accompagnarlo a casa io; a volte è la segretaria della sede centrale della scuola che si trova giù a valle, che dice di passare a prendere le comunicazioni. Capita anche che risponda un bambino, se non resiste alla tentazione di farlo quando il telefono squilla. E come in una famiglia di solito cercano la mamma o il papà, qui cercano me, allora il bimbo mi passa la cornetta. Oppure vogliono parlare con una delle mie due uniche colleghe, e in quel caso un bimbo va a bussare alla porta della stanza accanto, che poi è un’aula, e la collega viene da noi a rispondere e noi sappiamo così i fatti delle altre classi.

La scuola inizia alle nove perché i bambini vivono isolati nei loro casolari e raccoglierli tutti richiede un sacco di tempo. Quando arrivano io sono già lì e li aspetto sulla porta. Per loro ogni mattina è un viaggio e lo scuolabus è il loro aereo fantastico che li porta a spasso. E su quell’aereo ridono o litigano, come fanno tutti i bambini del mondo su tutti gli scuolabus del mondo. Solo che qui il viaggio dura molto di più. Anche il mio viaggio per arrivare qui dura molto. Prendo la corriera alle sette da casa e arrivo alle otto, con lo stomaco rovesciato per le tante curve e con la testa piena dei racconti della mia collega che viaggia con me. Le maestrine di città arrivano tutte le mattine, scendono alla fermata davanti alla scuola, vicino al bar e alla chiesa: il centro del paese è tutto qui, il municipio non c’è e la farmacia nemmeno. Le maestrine di città vengono guardate e salutate con rispetto dai signori seduti al bar fin dall’alba. Le maestrine di città vengono ammirate e qualche complimento scappa, ma non ci voltiamo mai. Le maestrine di città hanno il loro frammento di celebrità. Questo rituale si ripete ogni giorno, anche il sabato, perché c’è scuola anche il sabato qui.

Sopra le aule c’è un piccolo appartamento, nel caso qualcuna di noi volesse fermarsi a dormire, ma preferiamo sempre tornare nelle nostre case: è comunque rassicurante avere una casa anche lì, perché non si sa mai, in montagna.

Mentre aspetto i bimbi ho tanto tempo ogni mattina, e a volte guardo semplicemente fuori dalla finestra e mi riempie un senso di pace che poi mi accompagna per tutta la lezione. Così poche case si vedono, e così poche macchine. E il verde vince su tutto, su tutto. E guardando fuori vedo quanti verdi esistono, quanta fantasia di verdi ha la natura e penso che qualcosa mi insegna questo: dove posso catalogarlo? In che materia metto tutti questi verdi che imparo affacciata alla finestra ogni mattina mentre aspetto i miei bimbi? Possibile che non stiano da nessuna parte? Possibile che nessun obiettivo della programmazione ufficiale preveda che una maestra si riempia di verdi guardando fuori e cerchi di farne qualcosa di buono per i suoi scolari? Qualche volta la mente torna alla mia scuola non lontana nel tempo e rovista negli archivi di tutto quello che mi hanno insegnato per insegnare, ben poco in realtà. Ma non trovo nulla che abbia a che fare con lo stupore di vedere quanti verdi esistano. E nessun pedagogista mi pare abbia parlato di questo, nemmeno tra tutti quelli che sto studiando nei miei esami all’università. Quindi la faccenda dei colori, del verde in particolare, dev’essere una banalità, una fantasia di inizio carriera, una sciocchezza delle tante che mi passano dentro riguardo al mio mestiere e che certamente metterò da parte con l’esperienza. Come un soprammobile che ti sembra indispensabile quando è nuovo, ma che poi diventa solo un raccogli-polvere. Deve per forza essere così, certamente, anche se mi pare che certi pensieri abbiano tutti qualcosa in comune, non capisco cosa. È come se alcuni dei miei pensieri riguardo al mio lavoro abbiano tutti lo stesso sapore. Un sapore a cui io fatico a rinunciare. Allora me lo tengo lì questo sapore, non sapendo se servirà, lo metto nella categoria del “non si sa mai”, come l’appartamento sopra la scuola. E come quello mi dà una grande sicurezza: sento che ha a che fare con i bambini. Molti fili che collegano i miei pensieri mi sono ancora misteriosi. Forse gli studiosi intendono questo quando parlano di essere continuamente alla ricerca della propria professionalità?

Piena di questi dubbi riguardanti i verdi, le certezze, e gli appartamenti sopra le scuole, sento il motore dello scuolabus che si spegne. Sono arrivati. Nell’atrio della scuola c’è un gran odore del caffè che ci facciamo ogni mattina sulla piastra da campeggio e che ci beviamo nelle tre tazzine spaiate di tre servizi che vengono chissà da dove. Ma a forza di farlo con quella stessa macchinetta quel caffè viene così buono che è anche meglio di quello del bar del paese.

Entrano i bimbi, sono trentacinque in tutto. I miei sono otto: due di prima, tre di seconda e tre di terza. Le mie colleghe invece hanno una classe per volta: una la quarta e una la quinta.

Allora si inizia, come in una famiglia con figli di età diverse che fanno i compiti insieme sullo stesso tavolo. Qualcuno si allena a scrivere le lettere in corsivo, qualcuno cerca i verbi nelle frasi, gli altri sono alle prese con la vera analisi grammaticale. Questi bimbi hanno le guance rubizze e raccontano fine settimana così diversi dai bimbi di città. Simone in particolare questa mattina piange. Non possiamo mica continuare a lavorare con Simone che piange: cosa gli è successo nel fine settimana? Dai, ci fermiamo tutti e gli chiediamo cosa c’è. Simone singhiozza e gli cadono i lacrimoni sulle sue file di a che diventano onde di dispiacere macchiate di matita. Ma lui non parla, non dice niente. Allora tutti intorno a lui facciamo delle ipotesi: la mamma ti ha sgridato? Non riesci a scrivere bene in corsivo? Il tuo nonno sta male? O la nonna? E io sento un grande calore che ha il profumo della consolazione, dell’affetto. Cosa stiamo imparando tutti insieme dentro questa piccola scuola di montagna? Forse che stare vicini è importante, forse che anche se non abbiamo una risposta per Simone che piange possiamo ugualmente fargli sentire che gli vogliamo bene. Come un tuono in me prorompe questa convinzione che non voglio abbandonare: è la certezza appena imbastita delle cose che non si vedono ma esistono e costruiscono le persone esattamente come tutti i contenuti didattici a cui nemmeno voglio rinunciare. Se le leggi mi danno tutto questo tempo per stare con i miei bimbi, riuscirò pure a trovare il modo di farli esercitare in tutto: nella grammatica, nella lettura, nella storia, ma anche nella consolazione e in tutto ciò che non si vede.

Simone piange ancora, singhiozza, lo lasciamo sfogare. Poi a un tratto si ferma e sottovoce ci dice: «La mucca della mia stalla è morta e papà ha detto che è molto brutta questa cosa».

Certo che è molto brutta, è terribile, soprattutto perché la famiglia di Simone ci vive dei prodotti della mucca. Allora lo abbracciamo, ci facciamo raccontare e anche se nessuno può restituirgli la sua mucca, i bimbi gli regalano dei disegni con le mucche, per ricordarla. Guardo i disegni: mucche grandi e piccole su prati di tanti verdi quanti io ne vedo dalla finestra dell’aula.

La storia continua su…

Ho provato a pensarti
In tre parole: strade maestre di scuola.
“Le parole che scorrono veloci nei racconti di Claudia arrivano a colpirci come un fresco venticello marzolino che scompiglia capelli e pensieri, si infila sotto i vestiti e provoca un brivido di gioia inaspettata. La gioia della novità e dello stupore. Claudia racconta la sua scuola vissuta in oltre vent’anni di esperienza, accostando delicatamente le sue parole di maestra a quelle magiche dei suoi scolari e scolare di oggi e di ieri: poeti, filosofi, artisti, narratori senza tempo se non quello dell’infanzia e dell’immaginazione, portati alla luce da questa preziosa e sapiente testimonianza. Ho provato a pensarti è il tentativo di ripensare alla centralità dell’essere umano all’interno della scuola, discente o docente che sia, attraverso il ritmo emozionante della narrazione.”
M. B. Masella

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