La prima cosa fu l’odore del ferro

ATTENZIONE
Ci sono alcune parole esplicite…

La prima cosa che vidi fu il grigio.
La prima cosa che sentii fu il freddo.
La prima cosa che odorai, ancora assonnata e distratta, fu il ferro.
Poi ci furono i giorni e le ore a farmi compagnia. E quel ferro che non se ne andava dalla mia pelle, come un tatuaggio.
Un segno di riconoscimento.
Mansueta.
Innocua
Accartocciata e sottile senza fare rumore. Curva nelle stanze umide dell’officina. Lavoravo otto ore. Cinque giorni alla settimana.
Come tutta la classe operaia.
Timbravo all’entrata. Timbravo all’uscita. Ritmi lenti. Uguali.
Cercavo la bellezza. Scintille di ferro come stelle dentro la polvere.
Chiamavo a raccolta la forza.
Stavo sola a pranzo, ero l’unica donna, e l’unica che veniva da lontano, “da Canossa”, un paese che solo per il nome era già un pesante fardello da portarsi addosso. Un piccolo paese della comunità montana di Reggio Emilia, ma niente da spartire con la montagna vera né con la campagna emiliana. Un paese con una storia medioevale e di partigiani, sfruttato da una cartiera puzzolente e amato da un fiume di una bellezza struggente. Un paese di provincia. Un paese dal quale scappavo.

Avevo trent’anni e tanti sogni che mi premevano il cuore. Mangiavo in silenzio. Una pasta e una fetta di pane nello stanzino che puzzava di muffa e di ferro. E disegnavo. Disegnavo di tutto. La porta, la muffa, la fabbrica vuota. Il ferro. Disegnavo tra una pausa e lo stacco del pranzo Disegnavo mondi possibili. Indugiavo a passi storti in quel mondo sognato. Ma muovevo i passi. Non volevo arrendermi.

Uscivo a fumare durante le pause, anche se a quel tempo ancora si poteva fumare in mezzo al ferro. Mi appoggiavo al muro della fabbrica e cercavo di vedere l’Oltre. Anche se il paesaggio che avevo davanti erano
la ferrovia e la fabbrica di fronte. Tutto era di ferro. Ferro e cemento.

Poi rientravo, e mi fissavo nel riflesso delle finestre rotte, rotte come le mie ossa alla fine della giornata. Vedevo solo il cielo, la luce e il buio.
Partivo al mattino con il buio, rientravo la sera con il buio. La luce: a tratti. Come ore d’aria. Né più né meno
Imparavo un mestiere. Mi dicevo che mi sarebbe servito.

La mattina mi svegliavo all’alba, mi lavavo la faccia e mettevo un po’ di rimmel pensandomi idiota. Bevevo un caffè e mangiavo una fetta di pane.
Salivo in macchina e partivo.
Un’ora di strada dentro “quell’incubatrice” a motore che conosceva i miei pianti e i miei canti a squarciagola.
Poi arrivavo alla fabbrica, parcheggiavo e scendevo come un automa, mi svegliavo per bene solo al suono della prima sirena. Prendevo il camice che lasciavo appeso a degli ingranaggi di ferro (ornamenti da officina). Me lo infilavo e aveva già l’odore della fatica. Impregnato di sudore e di ferro. Quell’odore mi grattava la gola. Mi grattava i pensieri “Che schifo” mi dicevo a bassa voce; era il mio buongiorno a me stessa.

E poi giù a testa bassa fino alla prossima sirena. Partivano pensieri grandi, ambiziosi e di rivalsa. Disegni da fare, storie da raccontare.
Mentre intorno a me scendeva il rumore più assordante. Macchinari, fresatrici, bombole di ossigeno, scintille di ferro, saldatrici, luci blu, bianche, luci patibolari e polvere, sudiciume e sudore. Una fonderia non ha mezze misure. Una fonderia si nutre di ferro. Ferro e corpi di uomini. Ferro che ogni sera rincasando cercavo di cancellare.
Mi grattavo sotto la doccia con le spugne, come se stessi pulendo una pentola bruciata. Cercavo di togliermi tutto, il giorno, le urla, i rumori e quel ferro. Ma lui, quel ferro, lo sentivo sempre. Sempre. Nemmeno le essenze più profumate mi rendevano indietro il mio corpo.

Prima di chiudere gli occhi e dormire ripetevo a me stessa, come una preghiera: “Non smetterò di credere nel domani, nella possibilità di una felicità.

Ogni giorno, per tre anni.
Andavo, tornavo.
La casa, la fabbrica, i sogni.

Poi, come i cani alla catena, ci si abitua a tutto. Al rumore, al freddo che spacca le ossa d’inverno, e al caldo soffocante d’estate. Ci si abitua anche a un nuovo vocabolario, perché più è sgomenta la sofferenza di ogni uomo, più il suo linguaggio diventa disprezzo, inchiostro nero senza sfumature e senza poesia. Tiriamo noi stessi come elastici. Fino a scoppiare. Una collisione umana. Di cui rimangono solo le smorfie.

Tutt’intorno, il ferro.
Depositi di ferro pronti per essere sciolti. Non c’era spazio per la carne, solo per il ferro.

C’era spazio per i giochi, però. In quel luogo scuro e sporco, c’era spazio per la goliardia. Quella fabbrica ci rendeva tutti uguali, senza gerarchie. Ognuno stava al suo posto perché altri posti non c’erano. Le loro battute sulle serate dopo il lavoro. I calendari con le donne nude, ogni operaio aveva il suo attaccato alla fresatrice. E le battute sul
sesso, sulle donne, sulle coppie. Le partite di calcio e le mangiate da scoppiare.
Ero l’unica donna e ridevo perché ero dalla parte opposta.

Io leggevo poesie e disegnavo nelle pause, loro parlavano di tette e bestemmiavano.
Ridevo.
Ridevo per la bellezza della nostra umanità, diversa ma unita nella fatica. E poi imparavo a fischiare. Non era cosa da poco, mi sarebbe servito anche questo!

Fare di necessità virtù, dicevano i miei genitori che di fonderia non hanno mai visto l’ombra. Ti stai facendo la “gavetta”, dicevano gli amici che erano fuori corso massimo all’università o avevano già il loro posto di lavoro nella ditta di papà.
Io rispondevo vaffanculo.
Vaffanculo alla vostra virtù e alla vostra gavetta.
Vaffanculo.

La storia continua su…

La prima cosa fu l’odore del ferro
Sonia Maria Luce Possentini – prima di diventare illustratrice – ha lavorato per qualche anno in una fonderia. Sonia racconta in prima persona quella esperienza, e la nostra meraviglia è di scoprirla anche sensibile scrittrice. In un posto dove il ferro ti rimane attaccato al corpo come un tatuaggio, lei cerca comunque la bellezza, «scintille di ferro come stelle dentro la polvere». Disegnare è un mezzo per scovarla, quella bellezza. Sonia ci accompagna, con una scrittura poetica e con immagini tra pittura e graphic novel, attraverso il percorso delle sue giornate, e trasforma quei momenti in un racconto, non più privato, ma condiviso. Otto ore di lavoro, cinque giorni alla settimana, due ore di macchina andata e ritorno nei larghi orizzonti emiliani. Un giorno arriva un cane. E accade qualcosa di magico.
Età di lettura: da 10 anni.
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