Il giovane Abramo

Nella grande città di Ur in Caldea, tanti e tanti anni fa, viveva il giovane Abramo.

Il suo papà si chiamava Terach. Terach faceva lo scultore ed era molto bravo a scolpire le statuette delle tante divinità che erano adorate dagli abitanti di Ur. Le statuette servivano alla gente per invocare l’aiuto degli dei: le mettevano in casa e accendevano ceri e bastoncini d’incenso 0 costruivano edicole agli angoli delle strade più frequentate con le statuette in bella mostra, qualcuno se le appendeva al collo.

Ogni divinità di Ur aveva qualche cosa di caratteristico: uno proteggeva dal mal di pancia, un altro faceva prosperare gli affari, uno mandava la pioggia e un altro il sole. Ogni mattina il giovane Abramo usciva di casa con un gran carico di statuette sacre, montava una bancarella nella piazza del mercato e cercava di venderle. Ma Abramo era un pessimo venditore, perché non credeva più nel suo commercio.

La gente si accalcava davanti alla sua bancarella, con la fame nel cuore. Abramo avrebbe potuto diventare straricco se solo avesse voluto speculare sul loro dolore e sulle loro aspettative. Invece, un giorno, si mise a proclamare a gran voce quanto fosse inutile la sua merce.

“Tutta robaccia! ” gridava Abramo, e cominciò a fracassare le statuette con le proprie mani.

“Non sono affatto divinità. Sono solo pietra e osso e gesso! Le ha fabbricate mio padre. Io voglio trovare il Dio che ha fatto mio padre”.

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