Cion Cion Blu

Tre storielle tratte dal libro Cion cion blu – Pinini Carpi

La nuvoletta che arrivò sui campi di aranci

UNA VOLTA c’era in Cina un cinese vestito di blu e d’arancione che si chiamava Cion Cion Blu. Aveva i pantaloni blu e la giacca arancione, le pantofole blu e le calze arancione; e in tasca aveva un fazzoletto arancione e una pipa blu.

Anche i suoi capelli erano blu, blu scuro; ma la sua faccia non era arancione: era gialla, tonda tonda come un pompelmo, anche se era nato in Cina tra i mandarini, quei mandarini che sono le arance della Cina e che hanno il colore delle arance e che perciò sono arancione, anche se sembrano arancine.

Cion Cion Blu aveva un cane tutto arancione e lo chiamava Blu, che nella lingua dei cinesi vuol dire arancione. Però non lo chiamava mica Blu perché era arancione ma perché, quando abbaiava, invece di fare bu bu bu come gli altri cani faceva blu blu blu, non so perché.

Aveva anche un gatto tutto blu, e Cion lo chiamava A Ran Cion, che nella lingua dei cinesi vuol dire blu; ma quello strano gatto, quando miagolava, non miagolava mica il suo nome come il cane, ossia non faceva arancioon arancioon; faceva invece miao miao miao come i gatti italiani, perché quel gatto cinese preferiva miagolare in italiano; tant’è vero che miao, che sembra una parola cinese, è invece una parola italiana e vuol dire proprio miao. Però, quando faceva le fusa, invece di fare ron ron ron faceva ran ran ran.

Come tanti cinesi, Cion Cion Blu aveva poi un pesciolino in una vaschetta. Questo pesciolino, però, non era rosso, ma era blu; e non nuotava nell’acqua, ma nell’aranciata. Sai come aveva chiamato il suo pesciolino, Cion Cion Blu? Benché fosse blu – e, come sai, blu nella lingua dei cinesi vuol dire arancione – lo aveva chiamato Blu, perché quando il pesciolino aveva fame faceva blu blu blu con le bollicine.

Ma era un vero pasticcio, perché quando Cion voleva chiamare il cane, veniva anche il pesciolino guizzando fuori dalla vaschetta, e allora doveva precipitarsi a rimetterlo nella sua aranciata. E quindi aveva deciso di chiamarlo Bluino, perché era piccolino.

Cion Cion Blu era un contadino bravissimo, e stava sempre in mezzo ai campi, di notte e di giorno. Anche di notte, perché in quel posto faceva sempre caldo. E poi era così povero che non aveva nemmeno la casa, ma solo un grande ombrello blu e arancione; sotto l’ombrello c’erano il suo letto con le coperte blu e le lenzuola arancione – ma il cuscino era blu – e un fornellino blu con un bel focherello arancione per far da mangiare.

Sai che cosa coltivava nei campi Cion Cion Blu? Invece di coltivare alberi di mandarini, che come ti ho detto sono le arance della Cina, coltivava alberi di aranci, perché le arance gli piacevano di più. E il bello è che la terra in cui crescevano gli alberi era arancione, ma i tronchi degli alberi, i rami e le foglie parevano proprio blu.

Sai che cosa mangiava Cion Cion Blu? Mangiava sempre arance. Alla mattina, appena si svegliava, si preparava una bella tazza di aranciata. E invece di inzupparci il pane, ci inzuppava delle bucce d’arancia zuccherate.

A mezzogiorno poi si preparava un bel piatto di spaghetti fumanti di bucce d’arancia conditi con sugo d’arancia, e insieme una bella insalata di foglie d’arancio; alla fine, per frutta, si mangiava una banana, perché le banane gli piacevano molto. Alla sera, per cena, si accontentava di una minestrina calda di aranciata, e siccome non poteva metterci la pastina perché non ne aveva, ci metteva tanti semi d’arancia, che a te non piacciono perché sono amari, ma a lui sì.

Insomma, Cion Cion Blu sapeva preparare tutte le cose buone adoperando le arance. Ma dopo che se l’era mangiate si faceva una bella pipata con la sua pipa blu.

Però, là dove stava Cion Cion Blu, mica tutto era blu e arancione. Tant’è vero che sugli alberi c’erano moltissimi pettirossi. E poi, quando cominciò la storia che voglio raccontarti, era primavera e gli aranci erano tutti pieni di fiori bianchi.

Una notte che c’era una luna grande come una polenta, sui campi dove Cion dormiva saporitamente arrivò, forse per sbaglio, una nuvoletta di neve. Subito la nuvoletta si mise a nevicare, e si nevicò tutta finché in cielo non ne rimase più neanche un fiocco. E alla mattina tutto era diventato bianco, bianco come lo zucchero: la terra, gli alberi e anche il fornellino, e persino il letto di Cion Cion Blu. Perché lui la sera prima, per guardare le stelle prima di addormentarsi, aveva chiuso l’ombrello.

Ma non si era accorto di niente, dato che in quel posto faceva sempre caldo, persino quando nevicava. E anzi Cion aveva talmente caldo che i fiocchi di neve che gli erano caduti sulla faccia mentre dormiva si erano sciolti, e perciò sembrava tutto sudato.

 

Quando Cion Cion Blu si svegliò, era appena spuntato il sole. Si guardò intorno e vide che tutto era bianco di neve. Ma lui la neve non l’aveva mai vista e allora disse:

– Quanto zucchero!

Perché credeva che fosse zucchero. Naturalmente, come tutti i cinesi, invece di dire zucchero aveva detto zucchelo, ma io ho tradotto in italiano. Poi disse:

– Ma che caldo che fa! Come sono sudato! Però con tutto questo zucchero posso fare mille torte d’arancia. Che bellezza!

E tutto contento si leccò le labbra e si girò verso il fornellino blu dove, la sera precedente, aveva messo una tazza di porcellana blu piena di aranciata per scaldarla e bersela alla mattina. Ora la tazza si era riempita di neve; ma la neve, capisci bene, si era riempita di aranciata. E Cion disse:

– Quanto zucchero c’è nell’aranciata! E sì che l’avevo già zuccherata con dieci cucchiaini!

Se ne mise subito in bocca una bella cucchiaiata e poi, leccandosi le labbra per la gran bontà, disse:

– Che gelato!

Difatti quella neve con l’aranciata era diventata un vero gelato, un gelato d’aranciata. E Cion se lo mangiò tutto, senza lasciarne nemmeno un po’. Allora provò a assaggiare la neve senza aranciata e disse:

– Strano! Questo zucchero non è mica dolce. Però ce n’è talmente tanto di questo strano zucchero gelato che posso fare tanti gelati d’aranciata che poi vado a vendere in città.

E tutta la mattina la passò a riempire tazzine blu con aranciata zuccherata e neve, sicché a mezzogiorno ne aveva riempite cento. Le dispose per bene in uno di quegli armadietti a mensoline che i cinesi si portano sulla schiena come noi portiamo i sacchi da montagna, mise la vaschetta del pesciolino in una reticella e, caricatosi l’uno e l’altra sulle spalle, si avviò verso il fiume seguito dal cane Blu e dal gatto A Ran Cion.

 

Il barcaiolo goloso

SULLA RIVA del fiume c’era un barcaiolo grasso, con la testa pelata e con dei lunghi baffi neri, che si chiamava Man Gion. Dormiva vicino alla sua barca russando a più non posso. E mentre dormiva continuava a masticare. Cion lo chiamò:

– O barcaiolo! Svegliati per piacere. Devo andare in città.

Ma il barcaiolo continuava a dormire.

– Svegliati! – insistette Cion. – Non ti posso dare dei soldi perché non ne ho. Ma potresti portarmi gentilmente lo stesso.

E il barcaiolo russò ancora più forte.

– Però – continuò Cion – potrei darti un buon gelato di aranciata.

Il barcaiolo aprì subito gli occhi, si mise a sedere e disse:

– Dammelo.

Cion glielo diede e il barcaiolo lo divorò in un momento a gran colpi di lingua, come uno screanzato.

– Ora mi porti? – chiese Cion Cion Blu.

– Dammene un altro, – ribatté Man Gion – è proprio buono.

Cion gliene diede un altro. Il barcaiolo ingoiò anche quello in un attimo e subito disse:

– Un altro!

Cion Cion Blu disse:

– Toh! – e gli diede il terzo gelato. – Però dopo mi porti, perché il troppo stroppia e quando si dice una cosa la si è detta.

Il barcaiolo, che aveva i baffi grondanti di gelato, alzò la faccia dalla scodella che aveva già vuotato a linguate e disse:

– Io non avevo detto che se mi davi i gelati ti portavo in città. Però se me ne dai ancora un altro ti ci porto.

Cion allora disse:

– E va bene. Ma che sia l’ultimo!

Gli diede il quarto gelato. Ma era così furioso che il cane ringhiò e il gatto soffiò tirando fuori le unghie. Il barcaiolo non lo guardò neanche e, slap slap, con la sua linguona fece sparire il gelato in un battibaleno.

Ma appena l’ebbe finito, si buttò lungo disteso in terra e cominciò a contorcersi gridando:

– Ahia! che mal di pancia! Aiuto! Portami da un dottore. Che male! mamma mia!

Cion Cion Blu era proprio arrabbiato. Ma doveva pure aiutarlo, quel pancione goloso.

– E dove lo trovo un dottore? – disse.

– In città, lo trovi. Ahiaaa! – e rimbalzando come un pallone, Man Gion era rotolato nella barca.

Cion salì anche lui insieme al cane e al gatto e mise bene al sicuro sul fondo la vaschetta col pesciolino e il sacco-armadietto. Poi cominciò a remare, mentre Man Gion gridava a più non posso:

– Rema, rema più forte, rema. Su, che scoppio dal male. Ahiaaa! povera la mia pancia.

E Cion tranquillo rispondeva:

– Remo come posso. Io sono un contadino, non sono mica un barcaiolo. Se vuoi che la barca vada più veloce, rema tu.

– Ma non posso, ahi!, remare io, ahi!, con questo, ahi!, male, ahi! Sei proprio, ahi!, senza pietà, ahiaaa! – si lamentava il barcaiolo facendo sobbalzare la barca coi suoi dimenamenti.

– Se io sono senza pietà, tu sei senza pudore, mangiagelati a sbafo che non sei altro! Sono sicuro che i miei gelati nella pancia ti stanno pizzicando per punirti della tua ingordigia.

La città attraversata da quel fiume era la capitale della Cina. Quando giunse alle prime case, Cion Cion Blu accostò subito la barca a riva, perché il barcaiolo continuava a strillare come un matto.

Qui c’era un uomo tutto vestito di rosso, con un berretto di pelo bianco e una lunga scimitarra d’oro, che se ne stava fermo a guardare il fiume.

– Signore, per piacere, – gli gridò Cion Cion Blu – non sei mica un dottore per caso?

L’uomo vestito di rosso, senza voltarsi, disse distratto:

– Cosa?

– Volevo sapere, – ripeté Cion – se per caso non sei mica un dottore.

– No, – disse l’uomo vestito di rosso – io sono l’imperatore.

– Allora, – gli rispose Cion – non servi. Non sai mica dove posso trovare un dottore? Qui c’è uno che si è rimpinzato dei miei gelati e si è fatto venire il mal di pancia.

L’uomo vestito di rosso era così distratto che non rispose. Ma mentre Cion parlava, il barcaiolo aveva smesso di colpo di lamentarsi e, alzandosi dal fondo della barca come una molla che scatta, era saltato fuori e si era messo a scappare velocissimo gridando:

– L’imperatore!!! Sono fritto!

Il cane Blu lo rincorse abbaiando furioso, mentre Cion spalancava gli occhi stupefatto. In un minuto Man Gion era sparito in fondo a una strada tra le case.

L’uomo vestito di rosso che buttava le palline nel fiume

QUELL’UOMO vestito di rosso col berretto di pelo bianco e con una scimitarra d’oro, figurati un po’, era proprio l’imperatore, ossia quello che comandava tutti i cinesi e era padrone di tutta la Cina. Dopo ti dirò come mai era capitato lì e perché se ne stava quieto quieto a guardare il fiume invece di divertirsi nel suo palazzo meraviglioso, grande come una città, insieme ai suoi cento mandarini. Quei mandarini, però, non erano mica dei mandarini frutti. Erano invece dei signori importanti, anzi erano i capi più importanti di tutti. Si chiamavano mandarini perché erano i cinesi più grassi che c’erano e avevano le guance talmente paffute che le loro facce sembravano proprio dei mandarini.

Pensa, poi, che nel suo palazzo l’imperatore era servito anche da centinaia di ministri, cortigiani e maggiordomi e era difeso da migliaia di generali, colonnelli, cavalieri, soldati e guardie.

Ma Cion Cion Blu era quasi sempre vissuto tra i campi di aranci e non sapeva nemmeno che esistesse un imperatore. Perciò l’aveva scambiato per un signore qualsiasi, anche se un po’ strambo.

L’imperatore, infatti, non soltanto se ne stava a guardare il fiume senza badare a nient’altro, ma ogni tanto tirava fuori da una tasca una pallina grossa come una ciliegia e del colore delle perle, e la buttava nell’acqua, e poi, sgranando gli occhi, fissava il punto in cui era scomparsa, fermo come una statua; dopo un po’ scuoteva la testa sospirando. Tanto che Cion Cion Blu pensò di chiacchierare un po’ con lui per consolarlo.

– Quel barcaiolo è proprio matto – disse. – Ci sono quelli che scappano quando viene il dottore, ma lui invece voleva cercarlo un dottore. E sai perché? Perché aveva voglia di mangiare i miei gelati e non di portarmi qui in città. Che poi ci sono venuto lo stesso, anche se ho remato io.

Ma l’imperatore fissava sempre il fiume. Allora Cion Cion Blu continuò:

– Beh, ora mi metto a vendere i miei gelati. Ne vuoi uno? Sono buonissimi, sono di aranciata.

– Grazie, – rispose l’imperatore, sempre fissando l’acqua del fiume – dammene uno.

Cion gli diede una tazzina di gelato e poi si caricò il sacco-armadietto sulle spalle. L’imperatore, senza voltarsi, cominciò a mangiare.

– È buono? – gli chiese Cion.

– Buono! – rispose l’imperatore, – davvero squisito! È una bontà!

Cion lo guardò per un po’ e allora l’imperatore disse di nuovo:

– È proprio buono. Sì, è ottimo.

– Lo so che è buono! – scoppiò a dire Cion Cion Blu. – Però potresti pagarmelo, no?

L’imperatore sbatté le palpebre come se non avesse capito e balbettò:

– Ah! Sì… quanto costa? Però…

– Una lira cinese – disse Cion.

L’imperatore sbatté ancora le palpebre e poi, balbettando ancora di più, disse:

– Ma, sai. Io non ho soldi in tasca. Però…

Devi sapere che gli imperatori della Cina non avevano mai soldi in tasca perché non ne avevano mai bisogno; tanto nel loro palazzo avevano tutto quello che volevano! I cinesi, poi, avevano talmente paura di loro che gli davano tutto quello che chiedevano senza fargli pagare mai niente. Perché certi imperatori erano così tremendi che facevano mettere in prigione tutti quelli che gli erano antipatici! Ma quello era un imperatore buono, e poi era distratto.

– Ho capito! – disse Cion Cion Blu. – Sei un poveraccio senza una lira come me. Non fa niente. Non te lo avevo detto prima, che i gelati erano in vendita. Adesso mi rifaccio vendendo gli altri gelati –. E strizzò un occhio.

Poi cominciò a passeggiare lungo la riva offrendo gelati a tutti i passanti.

La strada era fiancheggiata da bellissime casette, con grandi vetrate e giardini fitti di alberi e di fiori, in cui abitavano ricchi signori. Era passato da un po’ il mezzogiorno e a quell’ora tutti gli abitanti, dopo aver mangiato le cose che mangiavano di solito i cinesi, ossia grandi scodelle di riso coi bastoncini, molte pinne di pescecane e due o tre nidi di rondine, si erano messi a passeggiare lungo la riva del fiume per prendere il fresco, facendosi continuamente inchini l’un l’altro.

– Vuoi un gelato d’aranciata, signore? – diceva Cion Cion Blu a un cinese grasso che agitava un grande ventaglio con la sua mano grassa: sudava talmente che gli scorrevano tanti ruscelletti dalle guance, dal naso e dalle orecchie.

– Quanto costa? – rispondeva il cinesone, alzando in alto la faccia per darsi importanza.

– Una lira cinese, signore.

– Che porcheria! – rispondeva il grassone sdegnato.

E se ne andava, scuotendo seccato il suo gran ventaglio.

– Signorina, – diceva Cion a una ragazza, magra come un ombrello chiuso, che camminava a passettini, tutta impettita per sembrare più bella – vuoi un gelato di aranciata?

– Non so… forse – rispondeva lei, senza fermarsi, con una vocina che pareva quella di un grillo. – Quanto costa?

– Una lira cinese, signorina.

– Dev’essere così cattivo!

E se ne andava a passettini così piccoli che se non si stava bene attenti pareva sempre lì.

Nessuno voleva i suoi gelati, e Cion Cion Blu, dopo un po’, tornò vicino all’imperatore che se ne stava sempre immobile a guardare l’acqua del fiume.

– Amico mio, – gli disse – qui nessuno vuole i gelati. Non mi rimane che tornarmene al mio ombrello in mezzo ai campi.

L’imperatore lanciò in acqua un’altra pallina e rimase a guardarla sparire con gli occhi così sgranati che sembravano due uova fritte.

– Io però vorrei sapere, – continuò Cion – perché nessuno vuole comprarli.

– Quanto costano? – chiese l’imperatore distratto.

– O amico! – gli rispose Cion Cion Blu, – mi sembri un po’ troppo sbadato! Te l’ho già detto che costano una lira cinese.

– Ma i ricchi non comprano i gelati che costano così poco. Pensano che siano cattivi e allora… – rispose un po’ stizzito l’imperatore.

– Ma sono buoni! – lo interruppe Cion. – Perché non dovrebbero comprarli?

– Ma nessuno lo sa! – continuò l’imperatore gridando di rabbia, sempre guardando il fiume.

– E poi, – continuò Cion – qui in questa strada sono tutti ricchi?

– Sì, – urlò l’imperatore furioso – sì, sono tutti ricchi! Sono i signori più ricchi della Cina!

– Beh! che cosa ti prende? – esclamò Cion Cion Blu un po’ seccato per le urla dell’imperatore. – È venuto mal di pancia anche a te? Però ti ringrazio del consiglio. Li venderò a cento lire cinesi.

E si precipitò a offrire di nuovo i suoi gelati a tutti quelli che passavano.

– Volete comprare dei buonissimi gelati di aranciata? – gridava. – Non costano poco, anzi costano cento lire cinesi. Comprateli che costano moltissimo.

E poi gridava ancora:

– Sono gelati buonissimi! Chiedetelo a quell’imperatore là, che ne ha mangiato uno.

E tutti quei cinesi ricconi cominciarono a comprarli dicendo: – Che buono! – e poi: – Che raffinatezza! –, e poi: – Non ne ho mai gustato uno così! Lo credo. Costa cento lire cinesi! –, e poi: – Sono prelibati. Figurati! Ne ha mangiato uno persino l’imperatore –. E in pochi minuti Cion Cion Blu aveva venduto tutti i gelati. Ossia aveva guadagnato novemilacinquecento lire cinesi.

Tutto trionfante corse vicino all’imperatore e disse:

– Amico, mi hai dato un consiglio bellissimo. Ora vado a comprare delle buone cose e ci mettiamo qui a mangiarle al fresco, vicino all’acqua.

L’imperatore distolse per un momento gli occhi dal fiume e lo guardò con severità da imperatore.

– Ma tu sai chi sono io? – gli disse.

– Ma che faccia scura che fai! – gli rispose Cion scoppiando a ridere. – No amico, non so chi sei. So che non fai il dottore e che fai un altro mestiere che non ho capito bene.

– L’avevo pensato che non avevi capito chi sono – disse l’imperatore, alzando il mento con superbia. – Io sono Ciù Cin Han Uei Sui Tang Sung Ming.

Quello, pensa un po’, era il nome complicato e lunghissimo dell’imperatore; e naturalmente nessuno se lo ricordava mai bene tutto. Perciò i suoi sudditi lo chiamavano Figlio del Sole, oppure Luce della Terra, oppure stavano zitti lasciando che parlasse lui.

Dopo aver detto tutti quei nomi, l’imperatore guardò Cion Cion Blu con un sorriso trionfante aspettandosi che il contadino si gettasse a terra impaurito. Ma Cion quei nomi non li aveva mai sentiti nominare e così rispose:

– Molto piacere, amico, e io sono Cion Cion Blu, il mio cane si chiama Blu, il mio gatto A Ran Cion e il mio pesciolino Bluino. Ti piace il pollo?

L’imperatore era molto imbarazzato. Perché di solito tutti s’inchinavano al suo passaggio e non avevano nemmeno il coraggio di parlargli, tanto avevano paura che si arrabbiasse. E, davanti a quel contadino che lo chiamava amico e gli chiedeva se gli piaceva il pollo, non seppe rispondere altro che:

– Sì, sì… il pollo è buono. Ma…

– Ma, che cosa? Hai pensato a qualcosa d’altro? Puoi dirmelo, non mi offendo mica – replicò Cion.

– Ma tu sai chi sono? – insistette l’imperatore facendo un viso sempre più scuro.

– Sì, sì, l’ho capito… sei Cin Ciù Tang Ming… cioè, Ming Mong Sung Cing… cioè, Tang Sing Uan Mung, insomma, un po’ l’ho capito e un po’ no. Ma non ti chiameranno con tutti quei nomi insieme, di solito!

– No… non con tutti – balbettò l’imperatore, – il mio nome, in sé, è Uei Ming. Ma, – continuò facendo di nuovo lo sguardo severo – hai capito che io sono l’imperatore?!

E disse queste ultime parole a voce altissima, lampeggiando con gli occhi. Cion lo guardò un po’ dubbioso e rispose:

– Ma perché fai tutte quelle facce? Ho capito che sei l’imperatore, ma… scusami… che mestiere è quello dell’imperatore?

Uei Ming rimase così stupito che aprì due o tre volte la bocca senza riuscire a dire una parola. Poi si voltò di nuovo verso il fiume e tirò un’altra pallina nell’acqua.

Cion Cion Blu pensò che quel signore era un po’ matto, poi disse:

– Aspettami qui: vado a comprare il pollo. Ci faremo una bella spanciata. Anzi comprerò due polli. Uno per te e uno per me.

E se ne andò col cane, col gatto e col pesciolino, mentre l’imperatore scuoteva la testa tristemente guardando il fiume.

«Forse,» pensò Cion Cion Blu «il mestiere dell’imperatore è quello di gettare palline nell’acqua.»

Tratto da: Cion Cion Blu, Piemme, Milano 2002

Cion Cion Blu è un contadino cinese che veste di blu e arancione; ha un gatto tutto blu e un cane tutto arancione.
E anche un pesciolino, che si chiama Bluino. Una notte, la neve ricopre di fiocchi bianchi tutti i suoi alberi di aranci: quanto buon gelato d’aranciata!
Per venderlo al mercato Cion Cion Blu s’incammina. Età di lettura: da 9 anni.
Che ne dici di leggere anche... :-)

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