Un gatto parlante

Il figlio del mugnaio guardò il gatto che il padre gli aveva lasciato in eredità.

Ancora non riusciva a credere di aver ricevuto così poco! E pensare che i suoi fratelli maggiori avevano avuto un mulino e un asino…

Oltretutto non era neppure un gatto di razza, che avrebbe potuto vendere in paese per ricavarci qualche soldo: era un normalissimo gatto di campagna, col pelo rosso e gli occhi azzurri.

«E ora che ci faccio con te?» disse il ragazzo seduto per terra.

L’animale si avvicinò a lui in cerca di coccole.

Il giovane cominciò a grattarlo sulla testolina e poi sul collo, e il gatto sembrò apprezzare moltissimo, facendogli le fusa.

Per lo meno, si disse, era affettuoso.

E fece per alzarsi. Ma proprio in quel momento udì una voce: «Che fai, non continui?»

Si guardò in giro. Chi era stato a parlare?

Si sollevò in piedi allarmato, stringendo i pugni come per difendersi da un nemico in agguato.

«Ehi, sono qui sotto!»

Ancora quella voce.

Il ragazzo abbassò lo sguardo. La voce proveniva dal gatto… ma non era possibile!

«Non guardarmi con quella faccia. Sono proprio io a parlare» disse l’animale.

Il giovane vide la bocca del gatto aprirsi ed emettere quei suoni. Si portò la mano alla fronte: aveva forse la febbre?

«No, non hai le allucinazioni» disse il gatto andandosi a strusciare contro le sue gambe.

«Ma tu… tu… parli!» mormorò l’altro con un filo di voce. «E da quando?»

«Da sempre» rispose il gatto sollevandosi perfino in piedi e camminando a due zampe come un essere umano.

«E cammini

Il gatto sbuffò. «Certo che voi esseri umani siete proprio dei presuntuosi! Credete di essere gli unici in grado di fare certe cose, e invece dovete sapere che anche noi gatti ci riusciamo. Se non lo facciamo sempre è solo perché siamo più furbi e ci piace essere coccolati e serviti dalla mattina alla sera!»

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