Stan Bolovan

“La Cantastorie” ci propone una fiaba dalla Romania: “Stan Bolovan”.

Il seguente testo è parte di quello completo che potrete leggere qui.

Una volta accadde ciò che accadde e se non fosse accaduto, questa storia non sarebbe mai stata raccontata.

Ai margini di un villaggio, proprio dove le mucche erano condotte al pascolo e i maiali gironzolavano scavando buche con i nasi tra le radici degli alberi, sorgeva una casetta. Nella casa viveva un uomo che aveva una moglie e la moglie era triste da mattina a sera.

”Cara moglie, che cosa di male che ti fa chinare la testa come un bocciolo di rosa appassito?” chiese il marito una mattina. “Hai tutto ciò che vuoi; perché non puoi essere felice come le altre donne?”

”Lasciami in pace e non cercare di scoprirne la ragione,” replicò lei, scoppiando in lacrime; l’uomo pensò che non fosse il momento per farle domande e se ne andò al lavoro.

In ogni modo non riusciva a dimenticarsene completamente e, pochi giorni dopo, domandò di nuovo il motive della sua tristezza, ma ebbe solo la medesima risposta. Alla fine sentì che non avrebbe potuto sopportarlo più a lungo e tentò per la terza volta, allora sua moglie si voltò e gli rispose.

”Per la gloria a Dio!” gridò, “perché non puoi lasciare le cose come stanno? Se te lo dicessi, diventeresti solo sventurato come me. Credimi, è molto meglio che tu non sappia niente.”

Ma nessun uomo potrebbe essere mai contento di una simile risposta. Più lo preghi di non chiedere, più è grande la sua curiosità di sapere tutto.

”Ebbene, se DEVI sapere,” disse infine la moglie, “te lo dirò. In questa casa non c’è fortuna – per niente fortuna!”

”La tua mucca non è la miglior produttrice di latte del villaggio? E i tuoi alberi non sono carici di frutta così come i tuoi alveari sono pieni di api? Qualcuno possiede campi di granoturco come i nostri? Davvero dici qualcosa di insensato quando affermi una cosa simile!”

”Sì, tutto ciò che dici è vero, ma non abbiamo figli.”

Allora Stan comprese, e quando un uomo capisce una volta e i suoi occhi si sono aperti, non è più un bene per lui. Da quel giorno la casetta in periferia ebbe un uomo tanto infelice quanto lo era una donna. E alla vista della sofferenza del marito la donna diventò più infelice che mai.

Le cose andarono così per diverso tempo.

Erano trascorse alcune settimane e Stan pensò di consultare un uomo saggio che viveva a un giorno di distanza da casa. L’uomo saggio era seduto davanti alla porta quando giunse, e Stan cadde in ginocchio davanti a lui. “Dammi dei figlio, mio signore, dammi dei figli.”

”Bada bene a ciò che stai chiedendo,” rispose l’uomo saggio, “I figli non saranno un peso per te? Se abbastanza ricco da nutrirli e vestirli?”

”Basta che tu me li dia, mio signore, e in qualche modo farò!” e a un cenno dell’uomo saggio, Stan riprese la strada.

Giunse a casa quella sera stanco e impolverato, ma con la speranza in cuore. Mentre si avvicinava a casa un suono di voci colpì il suo orecchio, e alzò lo sguardo per vedere l’intero spazio pieno di bambini. Bambini in giardino, bambini in cortile, bambini affacciati a ogni finestra – sembrò all’uomo che tutti i bambini del mondo dovessero essersi riuniti lì. E nessuno era più grande dell’altro, ma ciascuno era più piccolo dell’altro e ognuno era più rumoroso, impertinente e audace dei restanti; Stan li fissò e fu preso dal terrore quando csi rese conto che appartenessero tutti a lui..

”Per la Gloria di Dio” quanti ce ne sono! Quanti!” mormorò tra sé.

”Oh, ma nessuno è di troppo,” sorrise la moglie, venendo fuori con un altro mucchio di bambini aggrappati alle sottane.

Ma persino lei scoprì che non era così facile badare a un centinaio di figli e quando furono trascorsi pochi giorni ed ebbero mangiato tutto il cibo che c’era in casa, cominciarono a strillare: “padre! Ho fame! – Ho fame!” finché Stan si grattò la testa e si chiese cosa dovesse fare dopo. Non che pensasse che fossero troppo figli, perché la sua vita gli appariva più piena di gioia da quando erano comparsi, ma adesso era arrivato al punto di non sapere che fare per nutrirli. La mucca aveva smesso di dare latte ed era troppo presto perché maturassero i frutti sugli alberi.

”Sappilo, vecchia mia!” disse un giorno alla moglie, “Devo andare per il mondo e cercare di riportare del cibo in un modo o nell’altro, sebbene non sappia dire da dove possa venire.”

Qualsiasi strada è lunga per un uomo affamato e poi aveva sempre il pensiero di dover sfamare un centinaio di figli avidi quanto lui.

Stan vagò, vagò e vagò finché raggiunse la fine del mondo, dove ciò che è mescolato con ciò che non è, e lì vide, poco distante, un ovile con dentro sette pecore. All’ombra di alcuni alberi era disteso il resto del gregge.

Stan scivolò furtivamente, sperando di poter riuscire ad attirarne via alcune silenziosamente e di portarle a casa per nutrire la famiglia, ma subito scoprì che non sarebbe stato possibile. Perché a mezzanotte udì un suono che si avvicinava e attraverso l’aria volò un drago, il quale spinse da parte un ariete, una pecora, un agnello e tre bei bovini che erano sdraiati poco lontano. E in aggiunta a questi, prese il latte di settantasette pecore e lo portò a casa dalla vecchia madre, così che potesse farvi il bagno e tornare giovane di nuovo. E ciò accadde ogni notte.

Il pastore si lamentava invano; il drago rideva e Stan vide che non era quello il posto in cui prendere cibo per la famiglia.

Ma sebbene comprendesse del tutto che la lotta contro un simile mostro fosse senza speranza, tuttavia pensò ai figli affamati a casa, aggrappati a lui come lappole (1), tanto da non riuscire a scrollarseli di dosso, e alla fine disse al pastore: “Che cosa mi darai, se ti libererò del drago?”

”Un ariete ogni tre, una pecora ogni tre e un agnello ogni tre.” rispose il mandriano.

”Affare fatto,” replicò Stan, sebbene in quel momento non sapesse, supponendo che riuscisse vincitore, come avrebbe fatto a condurre a casa un gregge tanto grande.

In ogni modo il problema sarebbe stato affrontato più tardi. Ora la notte si avvicinava e doveva riflettere su come combattere il drago nel miglior modo possibile.

Proprio a mezzanotte Stan fu coltro da una orribile sensazione che gli era nuova e strana, una sensazione che non sarebbe riuscito a spiegarsi, ma che lo costringeva a abbandonare la lotta e a prendere la strada più breve verso casa. Si era mezzo voltato quando si rammentò dei figli e tornò indietro.

”Tu o io,” si disse Stan e prese posizione all’estremità del gregge.

”Fermo!” gridò all’improvviso, come l’aria fu colma del suono che si avvicinava, e il drago poco dopo giunse impetuoso.

”Ohimè!” esclamò il drago, guardandosi attorno. “Chi sei e da dove vieni?”

”Sono Stan Bolovan, colui che mangia pietre tutta la notte e di giorno si nutre dei fiori di montagna; se tu toccherai queste pecore, io inciderò una croce sul tuo dorso.”

Quando il drago sentì queste parole, rimase completamente fermo in mezzo alla strada perché sapeva di aver incontrato la propria sfida.

”Prima dovrai combattere con me.” disse con voce tremante, perché se lo aveste ben guardato in volto, non si poteva dire che fosse propriamente coraggioso.

”Io combattere con te?” replicò Stan, “perché, se posso abbatterti con un soffio!” Allora, chinandosi a sollevare una grande forma di formaggio che giaceva ai suoi piedi, aggiunse. “Vai e prendi una pietra come questa dal fiume, così che non si perda tempo a stabilire chi sia il migliore.”

Il drago fece come gli aveva detto Stan e portò una pietra dal torrente.

”Puoi ricavare del latticello dalla tua pietra?” chiese Stan.

Il drago afferrò la pietra con una mano e la strinse fino a ridurla in polvere, ma non ne uscì latticello. “Certo che non posso!” disse, mezzo arrabbiato.

“Ebbene, se tu non puoi, io posso farlo.” rispose Stan, e spremette il formaggio finché il latticello gli colò tra le dita.

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