Regalo a Sorpresa

Mario e Marta si erano conosciuti alla fine di giugno nei corridoi della Facoltà. Aspettavano di sostenere un esame particolarmente affollato, il professore era in ritardo, e così avevano trascorso insieme quasi tutta la mattina, chiacchierando del più e del meno per scaricare la tensione dell’attesa. Per festeggiare il buon esito della prova si erano concessi un cono gigante della rinomata gelateria “Iceberg”.

Frequentavano dipartimenti diversi e, per uno strano caso, non si erano mai incontrati neppure in biblioteca o alle assemblee. Dopo una settimana già stavano insieme.

Marta viveva in famiglia, Mario invece veniva da una piccola località del Sud ed abitava alla Casa dello Studente. I suoi avevano una tabaccheria nella piazza principale del paese ed ogni mese, risparmiando all’osso, riuscivano a mandargli un vaglia postale con una somma che a loro sembrava notevole, ma a fatica copriva le spese del figlio per i libri, l’abbonamento urbano, la colazione al bar e la mensa. Un biglietto del cinema con lo sconto studenti, una pizza con gli amici, una serata in discoteca, erano extra che Mario si concedeva di rado.

Da quando aveva la ragazza la situazione era peggiorata: Marta, figlia di un dentista, era attenta a non far pesare la diversa condizione sociale, al bar o in trattoria chiedeva sempre di pagare alla romana, ma ogni tanto Mario si sentiva in dovere di regalarle un mazzolino di fiori, un disco o un libro.

Ormai la loro storia durava da cinque mesi e le Feste si avvicinavano. Mario, già alla fine di settembre, aveva cominciato a risparmiare per offrire alla sua Marta un dono davvero bello per il loro primo Natale insieme, ed in effetti era riuscito ad accantonare un discreto gruzzoletto.

Le gioiellerie ed i negozi che vendevano must e accessori di marca rimanevano per lui un miraggio, però aveva ugualmente trovato un regalo ‘giusto’ per l’occasione: un mini pc portatile. Pesava poco meno di un chilo e Marta avrebbe potuto portarlo a lezione o in biblioteca senza stancarsi.

Quando, alla metà di dicembre, si recò nel discount di elettronica il negozio era affollato come un autobus alle otto di mattina: la maggior parte dei clienti si limitava però a curiosare o prendere nota dei prezzi, Mario invece aveva già deciso colore e modello e cercò subito un commesso libero. Con la sua scatola sotto braccio si diresse allegramente verso la cassa ma quando, per pagare, mise mano alla tasca posteriore dei jeans, rimase di sasso: il portafoglio non c’era più.

Per fortuna teneva la patente ed i documenti nel taschino del giubbotto, ma tutti i suoi risparmi avevano preso il volo. Tornò a casa senza computer e con il morale a terra. Aveva ancora qualche decina di euro nascosti nel cassetto della scrivania, ma potevano bastare al massimo per un mazzo di fiori o un CD.

Il suo compagno di stanza notò subito che qualcosa non andava e Mario si sfogò volentieri con lui. Stefano, il coinquilino, era un giovanotto pieno di risorse sempre pronto a dispensare i suoi consigli agli amici in difficoltà:

“Una volta – disse a Mario – nella tua situazione mi sono salvato regalando alla mia ragazza un cucciolo di barboncino. Poi mi ha lasciato, ma ha tenuto il cane: diceva che era più fedele e intelligente di me.”

“Un cucciolo di razza però costa…”obiettò Mario.

“Non sempre – disse Stefano – esistono canili dove ti danno gratis non solo simpatici meticci ma anche esemplari di razza che i padroni non vogliono o non possono più tenere. Non hai idea di quante povere bestie la gente abbandona: dobermann, huski, labrador, alani, levrieri!”

“Alla mia ragazza non piacciono i cani, ma tempo fa aveva un gatto a cui era molto affezionata. Un giorno è scappato per i tetti e di certo sarà finito sotto qualche auto.”

“Bene, allora un micio potrebbe essere la soluzione che ti serve.”

“Ma dove lo trovo? Non posso mica portarle un gatto selvatico catturato ai giardinetti.”

“Certo che no, ma ci sono anche ricoveri che ospitano felini senza padrone: magari trovi pure una bestiola di razza e fai una bella figura!”

Mario si lasciò convincere: con gli ultimi risparmi comprò, su suggerimento di Stefano, un cestino da trasporto in vimini con sportello e maniglia. Insieme ad un amico, fornito di auto, raggiunsero il “gattile” che ospitava i derelitti di tutta la provincia, un casale un po’ trasandato sperduto nella campagna.

La signora che li accolse fu molto gentile e mostrò a Mario gattini di tutti i colori: rossi, tigrati, tricolori, neri, bianchi, bianchi con macchie nere.. Mario esclamava di continuo “com’è carino, che musetto simpatico” ma non si decideva mai a scegliere. Alla fine confessò la verità: voleva un gatto di razza.

“In questo periodo – disse la signora del ricovero, per niente scandalizzata dalla richiesta – abbiamo solo due giovani siamesi che appartenevano ad una vecchietta morta da un mese… la padrona però voleva che fossero adottati in coppia. Ci sarebbe anche un certosino, simpatico ma non proprio di primo pelo … se vuole glielo mostro.”

“Si, sono curioso di vederlo, non sapevo neppure che esistesse una razza con un nome così buffo.

Io non mi intendo di gatti, so solo che miagolano e fanno le fusa, però vorrei regalarne uno per Natale alla mia fidanzata, a lei piacciono molto.”

Il certosino dormiva in un angolo della grande cucina del casale, vicino al caminetto. Aveva una bella pelliccia grigio-marrone con le zampe più scure ma, in effetti, non si poteva definire un gattino.

“Mi garantisce che è di razza?” chiese Mario.

“Non ha il pedigree, però si vede che non è un meticcio. Tenga presente che un cucciolo di certosino può costare anche cinquecento euro e poi, se lo prende, fa un’opera di bene perché questa bestia è triste, ha bisogno dell’affetto di un padrone.”

“Dicono che i gatti si affezionano solo alla casa…”obiettò Stefano, schierato con il partito dei cani.

“Sciocchezze – disse la signora – si vede che anche lei non conosce questi animali.”

Mario non aveva molta scelta: il certosino era gratis. E poi poteva commuovere Marta con il racconto dell’infelice destino del gatto malinconico, condannato ad invecchiare in quel ricovero cadente mentre i cucciolini trovavano subito casa. Così l’adozione si fece: Mario firmò le carte necessarie, lasciò dieci euro di contributo per il Natale del “gattile” e uscì dal casale reggendo a fatica il cesto con dentro il certosino che intanto continuava a dormicchiare, come se quello strano viaggio non lo riguardasse.

Era il pomeriggio del 22 dicembre e Mario doveva ospitare il suo regalo per almeno due giorni: fortunatamente durante le vacanze la Casa dello

Studente era semivuota, nessuno lo aveva visto entrare con il clandestino, ed anche Stefano l’antivigilia sarebbe partito.

La signora del ricovero gli aveva consegnato un documento con le vaccinazioni del micio ed un piccolo manuale per padroni inesperti intitolato “Adesso ho un gatto”. Come un neo-padre Mario si attenne scrupolosamente alle istruzioni: comprò la cassetta e il relativo granulato assorbente, due ciotole, per l’acqua e per il cibo, scatolette di vari gusti, croccantini, per la pulizia dei denti e uno speciale tronchetto “grattaunghie”. L’acquisto del corredo esaurì del tutto le sue risorse.

Il felino, appena uscito dal cesto, con uno sguardo prese possesso della stanza e dettò le sue condizioni: per prima cosa si impossessò della poltrona davanti alla tv, quindi fece capire che avrebbe mangiato solo bocconcini di agnello infine, la mattina dopo, miagolando con insistenza alle cinque, comunicò l’ora in cui desiderava fare colazione. Il manuale suggeriva latte tiepido con croccantini. Poi tornò a dormire, ovviamente il gatto, perché Mario non riuscì più a chiudere occhio. Durante il giorno faceva una passeggiatina per la stanza, si arrampicava sui ripiani della libreria, giocava con qualche oggetto che trovava sotto il divano o in un angolo e, ogni tanto, saliva sul davanzale della finestra e guardava il gelido paesaggio invernale godendosi il tepore del sottostante termosifone. Però, per lo più dormiva, acciambellato sul letto o in poltrona.

“I gatti sono proprio odiosi – borbottò Stefano preparando la valigia – questa palla di pelo non fa nulla tutto il giorno ma ha l’aria di un lord che si degna di soggiornare nel cottage dei sui contadini.”

“Però è silenzioso, miagola solo quando vuole qualcosa. I cani invece abbaiano per passatempo” notò Mario.

Giunse finalmente la mattina di Natale: per abbellire il suo protetto Mario aveva comprato un collarino blu con bubbola d’ottone. Al gatto però quel ridicolo sonaglio non piaceva e con le zampe tentò in tutti i modi di togliersi di dosso l’orpello: alla fine la testardaggine felina trionfò ancora una volta sulla volontà umana. Mario decise allora di decorare il cesto con nastri e fiocchi dorati che aveva trovato nel cassetto di Stefano, avanzi dei pacchetti che l’amico aveva preparato per i familiari. Il micio non si oppose.

Mario suonò con un po’ di titubanza alla porta di casa di Marta, il palazzo era elegante, c’era persino il portiere ed un bel giardino all’ingresso.

Forse regalare un gatto “vintage” ad una ragazza di buona famiglia non era stata una buona idea. Decise di lasciare la cesta fuori dalla porta e saggiare prima il terreno. Marta aprì la porta e lo fece accomodare in salotto. Da sotto l’albero prese un pacchetto che consegnò al fidanzato con un bacio e un “buon Natale”. La confezione conteneva un i-pod ultimo modello.

“E’ davvero un bel regalo, io invece ti ho portato una cosa un po’ particolare, non so se ti piacerà…”

“Se non mi piace la riporto al negozio e la cambio – disse ridendo Marta – ma vedrai che mi piace”. Dato che il fidanzato non aveva con sé nulla di voluminoso pensò che le avesse comprato un oggettino d’oro, magari un paio di orecchini poco costosi.

Mario si fece coraggio: “Chiudi gli occhi e non li aprire finché non ti dico: guarda!” disse alla fidanzata e andò a prendere la cesta.

La posò sul pavimento ed apri lo sportello: il certosino si affaccio incuriosito. Mario allora esclamò “Guarda!”. Quando Marta aprì gli occhi e vide il musetto che sporgeva guardingo dalla cesta lanciò un grido. Mario si sentì sprofondare, non pensava di avere fatto una cosa così terribile.

“Baron!” urlò Marta. “MAUUA” miagolò il certosino.

Marta ed il gatto si corsero incontro, la ragazza prese in braccio il micio che si mise a fare le fusa come un motore di tram.

“Baron! Non sei morto, non sei morto!” ripeteva Marta.

Baron, con le zampine posate sulla spalla della ragazza, esprimeva tutta la sua gioia ritraendo ed estraendo le unghie, il gesto del gattino che succhia il latte.

Mario non sapeva che pensare: su un tavolino da fumo vide la foto di un gatto: in effetti sembrava proprio il certosino del rifugio, solo un po’ più giovane e grasso.

“Ma sei sicura che sia il tuo gatto?” domandò, quasi temesse di aver creato un nuovo caso Bruneri-Cannella.

“Certo che è lui, riconoscerei Baron tra mille certosini. Dove eri finito, mascalzone! – esclamò con le lacrime agli occhi – Ma come hai fatto a trovarlo? Questo è il regalo di Natale più bello che abbia mai ricevuto!”

Marta posò a terra il micio che subito infilò il corridoio. Dopo qualche secondo si sentì un insistente miagolio: Baron, agitato per l’emozione, doveva andare urgentemente alla toilette, ma nella lavanderia accanto al bagno di servizio non aveva trovato la sua cassetta.

Mario, ormai esperto gattofilo, comprese al volo il problema e uscì di nuovo sul pianerottolo: aveva portato anche la cassetta con la graniglia.

Il ritorno di Baron rallegrò incredibilmente i familiari di Marta. Mario fu invitato a pranzo: era la prima volta che accadeva.

“Pensi, giovanotto, che la mia bambina ha pianto settimane per colpa di quel vagabondo a quattro zampe!” disse scherzosamente il padre dentista.

“Stava con noi da quattro anni, tutti gli volevamo bene – aggiunse il fratello – però Baron amava solo Marta.”

“Allora adesso ho un rivale” ribatté Mario.

Baron, quasi avesse compreso la battuta, smise di addentare il pezzetto di agnello nella sua ciotola posata sul pavimento accanto alla sedia della sua padroncina e saltò in grembo a Marta, strusciando il muso sul collo della ragazza: tutti risero.

“Giù, giù, Baron – disse Marta – fai il bravo gatto.”

“Non è affatto bello mostrarsi gelosi del proprio salvatore – lo rimproverò il fratello, prendendolo per la collottola – finisci di mangiare il tuo agnello e comportati da felino moderno.”

Mario, divenuto una specie di eroe domestico, fu costretto a raccontare più volte, per filo e per segno, le varie fasi del ritrovamento di Baron. Ovviamente non raccontò la verità: disse che era per caso in visita al “gattile” con due amici e Baron lo aveva colpito per la sua bellezza e vivacità, così aveva pensato di regalarlo a Marta. Tutti i presenti si commossero.

“Abbiamo cercato il fuggitivo dappertutto, anche con manifesti appesi per la strada, ma non potevamo certo pensare che fosse finito in un podere a trenta chilometri dalla città!” osservò la madre di Marta.

“E’ un ricovero che serve tutta la provincia” spiegò Mario.

“L’importante è che sia di nuovo a casa…non avevo voluto un altro gatto perché in cuor mio sentivo che era ancora vivo – disse Marta – e speravo che ritrovasse prima o poi la strada di casa.”

“Comunque è un caso incredibile. Il destino gioca davvero strani scherzi”, disse il fratello.

“No, il destino non c’entra, questo è un piccolo miracolo di Natale” esclamò Marta, rivolgendo a Mario uno sguardo colmo d’amore e di riconoscenza. Baron già dormiva sulla poltrona accanto al termosifone.

A cura di Rosanna Bogo

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