Patrizia Andrich – Il nonno insegna

“C’era una volta, tanto tempo fa…” Il nonno stava raccontando una favola a Carlo: si parlava di montagne e dei suoi fiori. Al piccolo piaceva e rimase ad ascoltarlo rapito. Ad un certo punto intervenne: “Nonno…”

“Dimmi Carlo, cosa vuoi?”

“Domani se c’è il sole mi porti in montagna? Mi piacerebbe tanto vedere i fiori!”

Ed il nonno: “Vediamo… dobbiamo chiedere ai tuoi genitori! Ora dormi, che è tardi!” Con dolcezza rimboccò le coperte al nipote, gli dette la buona notte, spense la luce e scese di sotto dove la figlia ed il marito stavano riordinando la cucina.

Entrando esclamò: ”Si è già addormentato!”

“Grazie, papà!” rispose la figlia e lui aggiunse:

“Mi ha chiesto di portarlo in montagna domani, cosa faccio?”

“Portalo pure!” fu la risposta pronta del papà di Carlo, che aggiunse: “Una passeggiata in montagna gli fa bene, perché così vede cose nuove e con te impara. Ne sono sicuro!”

Anche la figlia approvò e l’anziano organizzò con loro la passeggiata. Al mattino il vecchio si alzò presto e preparò gli zaini. Anche Carlo, stranamente, si alzò presto e di buon umore. Scese dal letto e corse giù per le scale portando con sé il suo orsacchiotto. Vide il nonno con gli zaini e esplose di gioia: “Allora andiamo!!” “Certo… ma prima ti devi vestire e far colazione!” Senza protestare il piccolo eseguì gli ordini e poi partirono per la grande avventura. La camminata era piuttosto lunga, ma il bimbo appariva pieno di energie. Ogni tanto superava il nonno, che però lo richiamava e gli insegnava: “Sei troppo piccolo per camminare davanti a me, anche perché, non conosci i pericoli della montagna. Devi stare al mio fianco e darmi la mano”. Carlo obbedì; il sentiero li stava portando in cima ad un altopiano dove l’uomo era sicuro di trovare i fiori più belli. E fu proprio così.

Arrivati quasi alla meta fu uno spettacolo per entrambi. Vicino alle siepi e dentro i boschi c’erano tantissimi ciclamini che emanavano un intenso profumo.

Il bimbo appena li vide si chinò per raccoglierli, ma il vecchio svelto lo fermò: “No! Non raccogliere i ciclamini!”

“Perché?” chiese sorpreso il bambino.

“Perché è un fiore protetto. Se tutti lo strappassero via un domani non ci sarebbe più l’ombra di questi bei fiori. Un tempo venivano raccolti in modo indiscriminate: c’era chi non si limitava a prendere i fiori, ma strappava anche la patata. Così facendo si videro sempre meno ciclamini. Per questo motivo si è intervenuti creando questo divieto di raccolta. È l’unico modo per proteggerli e ora se tu li vedi è solo per merito di questa regola. Ricordati che chi ama la montagna le lascia i suoi fiori, perché tutte le generazioni future abbiano la possibilità di godere di queste meraviglie del Creato. Hai capito perché prima ti ho fermato?”

“Sì! Ho capito bene, nonno, cosa intendevi dirmi. Stavo anche per chiedere cosa voleva dire protetto, ma tu me lo hai spiegato bene. Nonno sta tranquillo… non raccoglierò questi bei fiori, perché voglio che tutti li possano ammirare!” “Bravo… se tutti fossero come te!” In cima all’altopiano c’era una baita e, mano nella mano, proseguirono sereni verso quella direzione. Altri fiori li attendevano e Carlo, curioso, chiedeva i loro nomi. Vicino alle rocce che facevano da cornice al sentiero crescevano anemoni, ranuncoli, campanelle, felci rigogliose, genziane, qualche viola e una primula solitaria spuntata in ritardo. Verso il prato ogni tanto si vedeva qualche cespuglio di rododendro. Da lontano intravidero un ciuffo di cardi. Nelle vicinanze della siepe c’erano anche i crochi, ma il fiore che colpì di più il bimbo per la sua altezza e bellezza fu il giglio del monte dal colore candido come la neve. Carlo si limitò ad osservarlo: aveva capito, che era più bello vederlo lì che raccoglierlo. Giunsero alla baita dove sostarono per il pranzo. Nel pomeriggio il nonno condusse il nipote nel retro della baita.

Poco lontano si innalzavano degli spuntoni di roccia e su quei sassi c’erano dei garofani profumati, ma si trovavano ancora genzianelle e campanelle.

In alto, sopra gli spuntoni si intravedeva qualche stella alpine solitaria. L’uomo disse che anche questi ultimi erano fiori protetti. Il piccolo ascoltò tutti gli insegnamenti. Giunsero così dietro il costone dove c’erano ancora chiazze di prato ricoperte di neve perché qui il sole arrivava tardi e durava poco.

Fra la neve spuntava l’erica. Negli spazi verdi, invece, c’erano dei narcisi selvatici profumatissimi. Carlo si chinò per sentirne il profumo e il nonno, temendo che volesse raccoglierli, lo rimproverò. Il piccolo quasi piagnucolando esclamò: “Nonno!

Io non volevo raccoglierli. Volevo solo annusare il loro profumo!”

“Scusami… avevo frainteso”.

“Ho capito cosa volevi dirmi prima, quando stavo per raccogliere i ciclamini. I fiori sono belli da vedere nel luogo in cui si trovano e lì vanno lasciati in modo che tutti li possano ammirare. È vero nonno?”

Il vecchio sorrise e bonariamente disse: “Certo… è quello, che volevo insegnarti. Mi auguro che lo ricordi per tutta la vita e un giorno, quando sarai grande tu possa insegnarlo pure ai tuoi figli. La montagna bisogna rispettarla perché è un bene di tutti!”

“Nonno! Se tutti fossero come te… si vivrebbe meglio!”

Fra loro ci fu un abbraccio. Dettero un’ultima occhiata ai fiori e tornarono a casa felici e contenti. Il piccolo, entusiasta, raccontò ai suoi ciò che aveva visto e imparato ed entrambi ringraziarono il vecchio per la bella lezione di saggezza impartita al piccolo Carlo.

Tratta da: Un mondo da salvare – Favole di Patrizia Andrich
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