Patrizia Andrich – Il barattolo di metallo

C’era una volta un barattolo di metallo ormai arrugginito, che era finito a suon di calci in un prato: un tempo era servito a contenere della buona e gustosa macedonia. Una volta vuoto era stato portato vicino ai contenitori dei rifiuti per esservi gettato, ma il bimbo, che lo teneva in mano, non sapendo in quale cassonetto inserirlo pensò di lasciarlo a terra.

Il giorno dopo ci fu un forte vento che fece rotolare il barattolo lontano tanto da finire sul lato di un marciapiede della strada maestro. Dei ragazzi, che passavano di là, si misero a prenderlo a calci. Per una buona mezz’ora passò da un piede all’altro. Provò inutilmente a lamentarsi: nessuno lo stava a sentire o, almeno, fingeva di non sentirlo. Alla fine, uno di loro diede un calcio talmente potente da farlo volare al lato opposto della strada da dove rotolò finendo a cadere in un bel prato morbido. Tutto ammaccato e dolorante, il barattolo rimase lì ad aspettare. Passò un giorno, passò una settimana, passarono mesi e infine anni: il barattolo di metallo, ormai tutto deformato, era ancora su quel prato. Pioggia, vento, neve, freddo e caldo finirono con l’indebolirne il metallo. Nessuno si era curato di lui nonostante avesse cercato in mille modi di attirare l’attenzione dei passanti. Il suo bel metallo una volta lucido come l’argento si era ora tutto arrugginito. Piantato ormai nella terra, le formiche ne avevano costruito all’ interno il loro nido dove abitavano beate. Il barattolo non ne poteva più di quella vita assurda. Giunse al culmine della sopportazione il giorno in cui un bimbo correndo nel prato, proprio per caso, lo colpì forte con il piede tanto da staccarlo da terra. Arrabbiato, il barattolo gridò: “Questo è il colmo! Non vedi dove metti i piedi?”

“Scusami!” disse il bimbo guardandosi attorno.

Il barattolo replicò: “Sono vicino ai tuoi piedi… sono io, che ti parlo!”

Il bimbo si piegò sulle ginocchia guardando il barattolo disse: “Non ho fatto apposta, prima, a calciarti è… che proprio non ti avevo visto e sono inciampato!”

“Eh! Sì! Scusa, scusa però io intanto prendo calci e nessuno fa niente per me!”

“Ma io, che c’entro in tutto questo?” replicò il piccolo e aggiunse: “Io non sapevo nemmeno, che tu eri là e correndo non ti ho nemmeno notato: se ti avessi visto avrei evitato di venirti addosso e me ne sarei andato per la mia strada!”

“Bravo… così io continuavo a rimanere piantato in terra, vero? Non è questo il luogo adatto per me… sai?”

“E cosa ci posso fare io, se sei finito qui?” esclamò ad alta voce il piccolo.

“Scusami!” – replicò il barattolo – “Mi sto arrabbiando con te che non hai nessuna colpa se non quella di avermi dato un calcio! È vero… tu non c’entri nulla col fatto, che sono finito qui, però, se mi raccogli e mi porti con te, ti insegno io dove depositarmi. Mi vuoi aiutare?”

Il piccolo acconsentì. Si chinò per raccoglierlo, ma il barattolo lo fermò dicendo: “Fermati… sono rotto e ammaccato! Ti potresti tagliare e farti molto male! Hai dei guanti con te?” “No!” rispose il piccolo, però, messe le mani in tasca ne tolse una borsa di plastica e disse: “Potrei raccoglierti aiutandomi con questa!”

“Ottima, idea!” disse il barattolo e così, il bimbo, dopo averlo raccolto s’incamminò con il barattolo nella borsa. Intanto il barattolo raccontando la sua infelice storia insegnò al piccolo la strada per andare ai magazzini del Comune dove avrebbe potuto lasciarlo. Il ragazzo obbedì. Il barattolo di metallo, finalmente, si sentì a casa sua e insieme a tanti altri barattoli attese di essere portato via in un luogo sicuro dove uomini esperti li avrebbero rigenerati e resi ancora utili.

Tratta da: Un mondo da salvare – Favole di Patrizia Andrich
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