Ian McEwan – La testa fra le nuvole

Peter Fortune ha dieci anni e tutti dicono che è un bambino difficile. Peter però non si sente difficile: non scaraventa (dal verbo “scaraventare”; buttare con forza) bottiglie di latte contro il muro; non si rovescia in testa il ketchup (parola inglese; salsa di pomodoro) per poi dire che è sangue, non colpisce le caviglie di sua nonna con la spada quando gioca. Peter inoltre mangia di tutto tranne il pesce, le uova, il formaggio, e tutte le verdure, tranne le patate. Non è un bambino rumoroso. Ha un nome facile da di­re e una faccia pallida (chiara) e lentigginosa (che ha molte lentiggini, che sono piccole macchie della pelle) facile da ricordare. Va a scuola tutti i gior­ni, non fa dispetti (scherzi) a sua sorella e nessun poliziotto è mai anda­to a casa sua per per arrestarlo (per portarlo in prigione). Nessun dottore ha mai detto che è pazzo… e allora perché dicono di lui che è un bambi­no difficile? Forse perché se ne sta sempre zitto e questo alla gente non piace. A Peter poi piace stare da solo, a pensare, e nemmeno questo alla gente piace. A scuola Peter è spesso distratto (pensa a cose diverse da quel­le che si fanno in quel momento): il suo corpo è lì, ma la sua mente è in viag­gio e anche a casa ha avuto dei problemi per la sua distrazione.

Un Natale suo padre, Thomas Fortune, sta preparando le decora­zioni in soggiorno (salotto). Deve attaccare dei nastri in alto in un an­golo. In quell’angolo c’è una poltrona dove sta seduto Peter.

«Non ti muovere – gli dice suo padre, – salgo sullo schienale (parte del­la poltrona dove si appoggia la schiena) della poltrona per arrivare al muro.»

«Va bene!» risponde Peter.

Suo padre ora è in piedi sullo schienale e Peter sta pensando a qual­cosa. A un certo punto Peter sente un po’ di appetito (sente fame, vuole mangiare qualcosa), si alza dalla poltrona e va in cucina a prendere dei biscotti. Sente alle sue spalle un frastuono (forte rumore). Si volta e ve­de suo padre con la testa tra il muro e la poltrona e i piedi per aria. Suo padre vuole fare a pezzettini Peter! Sua madre però ride dall’altra par­te della stanza.

«Scusa, papà – dice Peter, – mi sono dimenticato che eri lì!»

Tratto da: L’inventore dei sogni, trad. di Susanna Basso, Einaudi, Torino 2002

Un bambino sogna a occhi aperti e immagina di far sparire l’intera famiglia, un po’ per noia e un po’ per dispetto, con un’immaginaria Pomata Svanilina; oppure sogna di poter togliere al gatto di casa la pelliccia, di farne uscire l’anima felina e di prenderne il posto, vivendone per qualche giorno la vita, soltanto in apparenza sonnacchiosa; oppure sogna che le bambole della sorella si animino e lo aggrediscano per scacciarlo dalla sua camera…
Fin dalle prime pagine di questo libro ritroviamo il consueto campionario di immagini perturbanti che sono un po’ il “marchio di fabbrica” di McEwan. Specialmente nella prima stagione della sua narrativa l’autore britannico ci aveva abituato a profondi e terribili scandagli nel microcosmo della famiglia, e in quei mondi chiusi e violenti i bambini e gli adolescenti giocavano sia il ruolo delle vittime e sia quello dei carnefici. Ne “I’inventore di sogni” McEwan ritorna sul luogo del delitto, ma lo fa con un tono e uno spirito completamente diversi, scegliendo il registro sereno e sdrammatizzante per definizione: quello del “racconto per ragazzi”.
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