Gli uomini e le parole

Un giorno gli uomini si svegliarono con un diavolo per capello e non vollero dire più niente. Non che non parlassero, intendiamoci: chiacchieravano come e più di prima, alzavano di tanto in tanto la voce e di tanto in tanto la facevano scivolare in un sussurro. Le parole continuavano ad articolarle correttamente, secondo la lingua che gli era stata insegnata, e a combinarle in frasi e periodi cui la grammatica non avrebbe avuto nulla da obiettare. É solo che con quelle parole, con quelle frasi e con quei periodi non volevano dire più niente.

Pensate a quando vi fa prurito una gamba, o la schiena. Vi grattate, ma non è che grattandovi vogliate dire che avete prurito. Vi grattate e basta, perché avete prurito. E magari qualcuno capisce che avete prurito, ma non perché glielo volete dire. Vi vede grattarvi e ragionando per conto suo ne scopre il motivo. Ecco, con gli uomini e le parole era successa la stessa cosa. Uno aveva freddo e diceva «Ho freddo», ma non voleva dire che aveva freddo. Lo diceva e basta, perché aveva freddo. E magari c’era qualcuno davanti e capiva che lui aveva freddo, ma non perché lui glielo volesse dire. Oppure uno odiava un altro, o lo amava, e diceva «Ti odio» o «Ti amo», ma non per dire qualcosa all’altro, anzi non per dire alcunché: lo diceva nel modo in cui ci si gratta, o si battono i denti, o si piange, o si ride. Lo diceva automaticamente. E l’altro spesso capiva, così come si capiscono le lacrime e il riso. Insomma nessuno voleva dire più niente ma ci si intendeva più o meno come prima.

Un giorno le cose cominciarono ad andare così. E poi forse cambiarono. O forse no.

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